In questo tempo che ci avvicina alla Pasqua, lasciamo ancora una volta risuonare le parole di papa Francesco quando, nella bolla di indizione del giubileo scrive:
“La speranza nasce dall’amore e si fonda sull’amore che scaturisce dal Cuore di Gesù trafitto sulla croce (…) la sua vita si manifesta nella nostra vita di fede, che inizia con il Battesimo, si sviluppa nella docilità alla grazia di Dio ed è perciò animata dalla speranza, sempre rinnovata e resa incrollabile dall’azione dello Spirito Santo. (…) Ecco perché questa speranza non cede alle difficoltà: essa si fonda sulla fede ed è nutrita dalla carità, e così permette di andare avanti nella vita”.
Incoraggiati da queste parole, ci siamo confrontati con alcuni aderenti all’Azione Cattolica per capire come e quando riescono a trovare segni di speranza nelle loro attività quotidiane di lavoro e servizio.
Elisa, educatrice in comunità, non nasconde la difficoltà, soprattutto in certi momenti, a seguire il filo rosso della speranza.
«Molte volte mi è sembrato che il lavoro fatto non portasse quei frutti per i quali il seme era stato piantato. Tutte le azioni diventano faticose e appaiono addirittura controproducenti. Spesso la speranza, però, sta proprio nell’essere pazienti».
La pazienza, il non voler vedere i risultati nell’immediato, ma lasciar lavorare lo Spirito nel tempo sono temi che ritornano anche nel racconto di Anna, educatrice presso la casa Mater Dei di Vittorio Veneto.
«Fare l’educatrice in una comunità mamma-bambino come questa mi offre ogni giorno segni di speranza a partire dagli sguardi e dai progressi dei bambini. Inoltre, mi dà la possibilità di sperimentare, attraverso i vissuti delle mamme, che passo dopo passo, anche con fatiche ed errori c’è sempre una possibilità per ricominciare».
La speranza, quindi, deve trovare il suo spazio e noi siamo chiamati a fare il possibile per farla emergere. Talvolta uno spazio fisico dove trovare qualcuno che ti ascolta e ti sostiene. Rosa con Camilla e gli altri operatori del centro di ascolto Caritas a Oderzo condivide: «Leggo la speranza negli occhi di un senzatetto che, entrato nella nostra casa di accoglienza, non si è più sentito solo, ha recuperato la dignità e la voglia di rimettersi in gioco».
Altre volte è necessario guardare le cose da un altro punto di vista «Capitano situazioni in cui riesci a riconoscere un segno di speranza – continua Elisa – solo guardandole da un’altra prospettiva. Talvolta finché sono lì, a fare il mio lavoro con determinate azioni, mi sembra di non muovermi, di non raggiungere alcun obiettivo. Solo allontanandomi ho riconosciuto in quelle azioni e nelle evoluzioni nella vita delle persone che seguo un segno di speranza. Magari quel seme piantato ci sta mettendo un po’ di tempo in più, ma c’è e prima o poi darà frutto».
Chiara Basei