Tutta la vita è una questione di scelte. Quotidiane, frettolose, meditate, drammatiche, banali, possibili, impossibili.
Una di queste, ha detto il Vescovo Riccardo alla Veglia dell’Immacolata dell’Azione Cattolica diocesana a Mansuè domenica 7 Dicembre, è quella di fare spazio: lo spazio fisico vitale oppure quello di chi apre la mente e il cuore, ma sempre di una decisione e di una scelta si tratta. Diverse testimonianze ci hanno accompagnato attraverso questo tema, nel corso della serata: quelle di Mirko e Teresa, Giulia e Daniele, Benedetta, Paola ed Emanuela.
Fare spazio l’uno all’altro è stata la scelta di Mirko e Teresa, che hanno scelto il matrimonio cristiano facendo spazio al Signore che li sosterrà nelle fatiche e nelle sfide, e gioirà con loro ogni volta che godranno dei frutti di chi ama e sa di essere amato.
« Io e Teresa ci siamo sposati lo scorso 25 ottobre – racconta Mirko – e stiamo percorrendo i primi passi di questo nuovo cammino di vita insieme. Sono state (e sono) settimane intense, ricche di emozioni, in cui la grande gioia del giorno del matrimonio è ancora viva e presente, ma inizia a intrecciarsi con la scoperta della quotidianità. Una quotidianità fatta di gesti semplici, di abitudini nuove, di momenti ordinari che, giorno dopo giorno, stanno diventando il luogo concreto in cui impariamo ad amarci.
Tra le gioie più grandi che stiamo sperimentando c’è innanzitutto la gioia di vivere per l’altro. Ci stiamo accorgendo di quanto sia profondo e allo stesso tempo delicato il passaggio dal pensare in termini di “io” al pensare in termini di “noi”. È un cambiamento che non avviene tutto in una volta, ma che nasce dalla consapevolezza che la nostra vita ora ha un centro diverso, condiviso, e che accanto a noi c’è una persona che ci è stata donata. C’è poi la gioia di sentirci amati ogni giorno, soprattutto attraverso i piccoli gesti quotidiani di cura e attenzione reciproca: uno sguardo, una parola, una premura semplice che rende concreto l’amore promesso.
Accanto alle gioie, emergono naturalmente anche alcune fatiche. Essere in due porta con sé tanta bellezza, ma implica anche sfide e difficoltà. Non essere più soli significa ripensare gli spazi: luoghi che prima erano esclusivamente personali diventano spazi condivisi. Vuol dire adattarsi a ritmi, abitudini e modi di fare diversi dai propri, imparando a conoscersi più a fondo e a trovare, giorno dopo giorno, un equilibrio nuovo. Sentiamo anche la fatica di non lasciarci trascinare dagli impegni e da una routine che tende a diventare sempre più densa. Trovare tempo e spazio per stare davvero insieme, creare momenti di qualità in cui ascoltarci e confrontarci sulle emozioni e sulle sensazioni di questo nuovo percorso, richiede attenzione e impegno.
Una sfida che sentiamo significativa per il nostro futuro riguarda anche il nostro servizio nella Chiesa, in Ac e nella nostra parrocchia: come trasformare il nostro essere strumenti, ora non più come singoli ma come coppia di sposi, nelle nostre comunità e nell’associazione, lasciando che ciò che siamo diventati insieme dia una forma nuova e autentica al nostro modo di donarci. »
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Hanno fatto spazio a una nuova vita, quella della figlia Nora, Daniele e Giulia che ora sono alle prese con tutti i dubbi e le incertezze nella ricerca di un nuovo equilibrio che tenga conto dei bisogni e delle sorprese che la nascita di una bimba porta con sé.
« 2 Maggio 2025 alle 17.17, dopo un lungo travaglio nasce Nora – ricordano Daniele e Giulia – E la nostra vita cambia per sempre! Soprattutto la nostra vita ogni giorno continua a cambiare! Se pensiamo a due parole per descrivere questo periodo della nostra vita sono SOLE e DIMENSIONE.
Sole: da quando Nora è nata tutto gira intorno a lei, è diventata il nostro sole. Ogni pensiero è dedicato a lei: cosa facciamo oggi? Di cosa ha bisogno oggi Nora? Ha dormito abbastanza? Devo cambiarla un’altra volta? Riusciamo a fare la spesa o ha bisogno di mangiare? E altre mille domande che contornano un’organizzazione famigliare che cambia e si aggiusta continuamente intorno a lei. Si è rivelata una danza di gioie: le sue prime piccole conquiste, i suoi immancabili sorrisi, le sue risate; e di fatiche: la prima febbre, le notti in bianco, i mal di pancia. Ogni giorno è una scoperta che ci porta a gravitare intorno a lei.
Dimensione: ci troviamo ad essere Giulia, Daniele, gli sposi “Giulia e Daniele” e anche mamma e papà. Sono dimensioni diverse che richiedono un grande sforzo di equilibrio, che ancora fatichiamo a trovare, perché la stanchezza che porta ogni giorno a volte non ci permette di trovare sempre la chiave per coniugare tutto insieme. Pensiamo sia una sfida, che a volte vinciamo e a volte perdiamo, ma siamo felici e cerchiamo di ricordarci di fare squadra per riuscire a distribuire il tempo affinché possiamo sentirci sereni e felici. Ma che fatica!
A volte è facile, altre più difficile, ma siamo grati al Signore per questo dono grande che ci permette di assaporare in modo nuovo il Suo amore per noi. »
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Ha fatto spazio Benedetta all’apertura al proprio futuro lavorativo ancora indefinito, ma che ben si poggia su un percorso di studi solido ed entusiasmante.
« Quest’estate mi sono laureata, un traguardo che ha coronato il mio percorso di studi magistrale e che ora ricordo con un po’ di nostalgia; specialmente se penso al semestre di tesi che mi ha portato alla laurea: un tempo di ricerca e impegno, sul tema dell’accessibilità e dell’inclusione linguistica, che mi ha molto appassionato e interrogato sul mio futuro professionale.
Moltissima gioia e soddisfazione che sono presto state sorpassate dalla delusione per quelle porte che sembravano mostrare uno spiraglio di futuro, ma che poi si sono chiuse. Quello che sto vivendo è un tempo di attesa: un’attesa faticosa scandita da delle risposte che per la maggior parte non arrivano, un’attesa inquieta dovuta a un mancato ritmo quotidiano.
La mia attesa, però, è anche opportunità, perché mi dona del tempo dilatato da poter investire in ciò che spesso viene trascurato nella frenesia dello studio o del lavoro; ma soprattutto la mia attesa è Speranza: speranza di ricevere un “sì” e poter mettere a frutto le mie competenze per qualcosa di grande. »
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Ha fatto spazio Paola che, nelle scelte del suo percorso lavorativo, ha vissuto la pesantezza e la fatica ma anche la gioia e la soddisfazione delle relazioni personali che non sono solo ambizione e prevaricazione ma anche collaborazione e attenzione all’umano.
« Io lavoro da tanti anni in una cooperativa sociale che si occupa di persone (bambini, anziani, adolescenti, adulti in difficoltà, persone con disabilità e con patologie mentali) spesso fragili e portatrici di disturbi anche definiti “nuovi” come i disturbi del comportamento alimentare piuttosto che legati alla sfera dell’attenzione, dell’apprendimento e del comportamento. In precedenza, sono stata una giovane insegnante, e altre cose.
Per me il lavoro è motivo di gioia e di soddisfazione; lo è in particolare quando un obiettivo viene raggiunto, quando un nuovo incarico è ottenuto e apre alla realizzazione di nuovi e più adeguati servizi per le persone, e anche a ulteriori prospettive di occupazione per altri: insomma quando si ottiene un successo perché il proprio pezzo di lavoro, congegnandosi insieme a quelli di altre persone, ha realizzato un disegno compiuto, sensato e apprezzato. Quello che si dice: un lavoro di squadra.
Ma il mio lavoro è anche labor cioè fatica, come dice l’origine del termine. È pesante fatica nei momenti nei quali emergono nell’ambiente di lavoro tensioni e incomprensioni; quando relazioni tra le persone si rivelano essere solo di comodo e false, quando ambizioni personali prevalgono su tutto e su tutti. In quei momenti… in quei momenti devi accettare che le parole non hanno per tutti né lo stesso valore né lo stesso significato, che le scorrettezze impoveriscono tutti, che rispetto e riconoscenza non sono scontati. Che il tradimento di fiducia avviene nel buio, inatteso.
Allora, in certe situazioni, rimetti in discussione molto, e fai un bilancio di una parte della tua vita… ma la vita è una sola, non la puoi compartimentare. Sei la persona che sei, qui ed ora. Lavoro che fai compreso. Sono i momenti nei quali mi chiedo se ne è valsa la pena: accettare sfide e impegni non misurati, lottare con le difficoltà, scegliere… soprattutto scegliere, una scelta dopo l’altra e dopo l’altra ancora, decidere mettendo insieme l’essere una donna una moglie una madre, figlia. E una cristiana. Forse ho sbagliato? Qualcosa. Forse tutto… forse. Perché il lavoro, per me, è soprattutto una responsabilità accettata e confrontata di continuo con i miei propri limiti.
Se guardo al lavoro in prospettiva, provo oggi anche timore per la de-umanizzazione spacciata per conquista e che deriva dall’uso di certe tecnologie accettate senza porre limiti in nome dell’innovazione, capaci di pensare selezionare scegliere e decidere al posto delle persone.
Ma nutro almeno una speranza, ed è forte: confido in coloro che si affacciano al lavoro, nei più giovani; una nuova consapevolezza da parte loro di ciò che davvero conta ed è importante li può condurre a vivere il lavoro non come sola fonte di sostentamento ma come una reale possibilità di esprimere sé stessi, mettendo a frutto capacità e competenze, sensibilità, cultura e quanto di meglio e di buono c’è in ciascuno di loro, con spirito autentico e carico di umanità. »
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Anche nel racconto dell’esperienza di Emanuela c’è stato spazio sia per superare la paura di essere un problema, di essere sola di fronte alle difficoltà, sia per accettare il passaggio dall’essere utile ed efficiente all’essere debole e fragile, con spazio anche alla gratitudine.
« La mia testimonianza stasera è una riflessione sull’esperienza di malattia e di invalidità che ho vissuto dopo la rovinosa caduta di più di un anno fa. – ha esordito Emanuela – La racconto utilizzando parole del primo numero della Gaudium et Spes. Sono le emozioni e i sentimenti che ho vissuto e che raccontano una trasformazione.
Paura. Paura di essere sola di fronte al problema fisico. Sono persona o problema? Ci sarà qualcuno che avrà cura di me con sollecitudine, attenzione, solidarietà?
Fatica. Fatica di accettare la debolezza, la fragilità e il limite. Come accettare il passaggio dal sostenere e dall’essere dedicata agli altri, al dover ricevere tutto, al dover chiedere aiuto? E’ stata un’immersione nell’umiltà, accettando di ricevere quello che non puoi darti da solo.
Attese. Tutte le aspettative devono essere ridimensionate. Vivere la pazienza mi ha insegnato a custodire il tempo e il senso del vissuto quotidiano. Un tempo lento che dilata il presente, un tempo personale che si adatta alla disponibilità dell’altro, al suo tempo. E qui si coglie il significato concreto del camminare insieme, tema della sinodalità della Chiesa.
Stanchezza. Stanchezza legata all’accettare di essere improduttivi, inutili, inefficaci, incapaci. Perdita del ruolo professionale, paradossalmente un’inversione di ruoli perché eri tu prima a dare sostegno e cura agli altri. Perdita del ruolo familiare: non organizzi, non pianifichi, non rispondi agli impegni che avevi assunto.
Gioie. Sono date dal senso di gratitudine. Per il sostegno delle cure ricevute, cure gratuite soprattutto dal marito e dai figli. Gratitudine per il senso di comunità che respiri nei legami umani affettivi e di amicizia. Gratitudine perché hai capito che nessuno affronta nulla da solo. Perché la relazione di cura non è una sterile serie di cose da fare come in una procedura, ma è un cammino quotidiano condiviso.
Conclusione. La fragilità non è un limite, ma una lente che ti insegna a scegliere l’essenziale. Amare e accettare di essere amati. »
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La relazione di cura non è quindi una sterile procedura o una sequenza di cose da fare, ma è un cammino quotidiano condiviso dove il tempo personale si adatta al tempo della disponibilità dell’altro e la pazienza custodisce il senso delle relazioni vissute. Così la fragilità non è più un limite, ma una lente che ti insegna a scegliere l’essenziale, a fare spazio all’amore.
“Dio non fa nulla da solo” ha detto papa Leone XIV in Piazza di Spagna, perchè ha bisogno delle nostre risposte di libertà. Dio crea, chiama, salva. Ci ha chiesto di coltivare e custodire. Ma Dio attende sempre le nostre risposte.
Maria ha detto “Sì, eccomi”; ha scelto di fare spazio all’Incarnazione di Dio che le ha sconvolto la vita, ma l’ha resa la Madre per eccellenza e la mamma più felice del mondo!
Emanuela Baccichetto