L’AC negli anni del Concilio

29/03/2026

Rileggere a distanza di 50-60 anni l’Azione Cattolica che vive il Concilio Vaticano II ed è poi chiamata all’esaltante compito di renderlo prassi, porta in sé il rischio di una prospettiva sempre e comunque parziale, insieme al timore, soprattutto per chi non lo ha personalmente vissuto come il sottoscritto, di ridurre un tempo davvero epocale a “breve sintesi”.
 
Camminando per il Centro Nazionale a Roma s’incrociano a volte foto di quegli anni, frasi evocative che ancora raccontano la profezia nascosta in quelle radici di cui l’Azione Cattolica del 2026 è germoglio e frutto.
L’AC era tra le poche organizzazioni cattoliche del tempo, la più numerosa e contava, negli anni ’60, 3 milioni di iscritti.
Guardiamo quindi ad un’associazione che si sente chiamata, visti i grandi cambiamenti socio politici avvenuti dalla fine della guerra, a mettersi a servizio della Chiesa e del Paese con strumenti nuovi. Guidata da Vittorio Bachelet, l’Ac vive una trasformazione interna che mira a ridisegnare la struttura (sino a riscrivere lo statuto, nel 1969) e a rinnovarne la proposta formativa.
 
Negli  anni in cui le Costituzioni Conciliari Lumen Gentium e Gaudium et Spes rinnovavano il volto della Chiesa e la sua presenza nel mondo, nell’Ac emerge la “scelta religiosa” quale scelta essenziale per il presente e futuro della vita associativa d’insieme e dei propri soci.
La scelta religiosa, ora come allora, non è certo la volontà di estraniarsi dalla realtà e dal tempo che viviamo, ma la volontà di porre il Vangelo come stile e misura, come filtro con cui guardare e vivere il nostro quotidiano, come principio e senso dell’impegno sociale e politico.
Nasce dalla convinzione che il nostro tempo, le persone, la società, hanno bisogno del dono di vite improntate al Vangelo, di donne e uomini che vivono e testimoniano l’amore del Padre dentro le pieghe dell’esistenza umana. Nella consapevolezza che, come ha scritto Francesco nell’Evangelii gaudium, non vi può essere evangelizzazione autentica che non abbia “conseguenze personali e sociali”.
 
Il dinamismo e il confronto associativo interno all’Ac, la ridefinizione del rapporto con la politica, i referendum su aborto e divorzio, non mancarono in quegli anni di provocare forti tensioni. L’aggiornamento conciliare sfidava nell’associazione sia quanti lo giudicavano troppo innovativo che quanti (soprattutto i giovani) lo avrebbero voluto ancor più “moderno”.
Oggi rileggere questi passaggi è cogliere con gratitudine i frutti e il patrimonio di una storia incarnata nel tempo, che nel quotidiano impegno dei singoli e nell’essere volto della Comunità cristiana, non smette di fare i conti con il Vangelo diventando per tutti un cammino di Chiesa che accoglie, accompagna, fa crescere e chiama a responsabilità sempre nuove.
 
Diego Grando

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