Il 2 giugno 1946, ottant’anni fa, gli italiani scelsero la Repubblica. Fu un atto di resistenza collettiva, la scelta di un popolo che aveva attraversato il fascismo e la guerra, decidendo di ricominciare insieme.
La Costituzione nata da quel voto poggia su principi che, per chi vive l’AC, non suonano estranei. Il lavoro, ovvero il servizio, che è fondamento della convivenza civile e associativa. L’uguaglianza di tutti i cittadini, che riconosce che ogni persona porta una propria dignità. La partecipazione democratica come diritto e dovere, che per noi vuol dire esserci quando la comunità chiama.
Non è una coincidenza, dato che della Costituente facevano parte anche persone formate nell’AC. E ci sono 3 Articoli in particolare che richiamano altrettante figure associative.
Articolo 1, «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.»
La Costituente scelse la parola “lavoro” perchè la Repubblica appartiene a chi contribuisce, a chi si mette a disposizione. Per l’AC il corrispondente è il principio del servizio e della responsabilità personale. Maria Agamben Federici, delegata dell’Unione Donne di AC, fu tra le cinque donne chiamate nella Commissione dei 75 che redasse materialmente il testo della Costituzione. In AC, aveva organizzato assistenza per le impiegate statali rimaste senza lavoro, convegni sul lavoro femminile, strutture di accoglienza per sfollati e reduci. In Assemblea battagliò per la tutela delle lavoratrici madri e per l’accesso delle donne alla magistratura. Il servizio associativo era diventato proposta politica.
Articolo 3, «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge.»
L’uguaglianza costituzionale non è un dato acquisito, ma un impegno attivo. Per l’AC questo si traduce nel riconoscere la stessa dignità in ogni persona che incontriamo, dentro o fuori l’associazione, come ben sapeva Tina Anselmi. Di Castelfranco Veneto, era cresciuta nella Gioventù Femminile di AC. Quando il 26 settembre 1944 i nazifascisti impiccarono a Bassano del Grappa 31 partigiani, lei fu costretta ad assistere. Disse poi che da quel momento non le fu più possibile stare nel mezzo: «Non si può girare lo sguardo dall’altra parte quando ci si trova davanti la vittima e il carnefice». Divenne staffetta partigiana, poi sindacalista, poi prima donna ministra della Repubblica.
Articolo 49, «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.»
La partecipazione è un diritto, ma anche una responsabilità. Il principio democratico in AC significa che ogni aderente, in parrocchia, diocesi, o nella vita civile, è chiamato a portare il proprio contributo. Giovanni de Polo era di Ceneda, frequentava il circolo GIAC della Cattedrale e ne era diventato presidente. Dopo che nel 1943 la chiamata sotto le armi lo mise davanti a una strada impossibile, entrò nella brigata partigiana Piave con il nome di «Nino». Aveva diciannove anni quando, la mattina del 14 ottobre 1944 a Refrontolo, circondato dai nazifascisti, pagò con la vita la scelta di non arrendersi. La partecipazione, a costo di tutto, era l’unica risposta coerente con ciò che aveva imparato.
Questi nomi non li ricordiamo per nostalgia, ma piuttosto perché ci dicono qualcosa di preciso anche oggi. Servire invece che assistere da lontano. Riconoscere la pari dignità di ogni persona che incontriamo. Esserci, quando sarebbe più comodo non esserci.
Questa via l’hanno percorsa in tanti prima di noi, prima e durante questi 80 anni di Repubblica. Tocca a noi mantenerla aperta.
Lara Corsini