VANGELO DEL GIORNO

Il Vangelo del giorno

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Sabato 29 Aprile
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NEWS ACVV

A Roma per i 150 anni della nascita dell'Azione Cattolica Italiana
Domenica 30 aprile 2017, a Roma in Piazza San Pietro, l’incontro con Papa Francesco darà inizio alle celebrazioni per i 150 anni dell’Azione Cattolica Italiana. #AC150 Futuro Presente è il titolo dell’evento, un’occasione per fare memoria grata della storia che ci ha preceduto, ringraziare per il tempo straordinario che ci è donato e progettare un futuro ancora più bello. Anche noi, come diocesi di Vittorio Veneto, saremo presenti e a breve arriveranno nelle parrocchie tutte le informazioni con le proposte pesnate per agevolare la partecipazione di chiunque custodisce nel cuore il desiderio di esserci.

Nuovo indirizzo email
Il nuovo indirizzo di posta elettronica dell'Azione Cattolica diocesana che è: "segreteria@acvittorioveneto.it". Sostituisce il precedente.

EVENTI

XVI Assemblea Diocesana Elettiva #AC150FuturoPresente Chi Ama Educa 2017 AC Vittorio Veneto on Facebook AC Vittorio Veneto on Twitter AC Vittorio Veneto on YouTube

NEWS ACI

Un ministro cristiano nell’Islam,
la scommessa democratica di Paul Bhatti

 
Paul Bhatti non si sente affatto un eroe. Eppure, da quando l’anno scorso ha preso il posto del fratello minore Shahbaz, politico cattolico pakistano e ministro per le minoranze ucciso in un attentato il 2 marzo 2011, sa che la sua vita è in pericolo. Cinquantacinque anni, Bhatti ha studiato all’università di Padova con una borsa di studio del Cuamm e faceva il medico nel trevigiano, fino a quando ha accettato l’incarico nel governo guidato dal presidente della Repubblica Asif Ali Zardari e dal primo ministro Yousaf Raza Gillani, con il ruolo di consigliere per l’Armonia nazionale e lo status di ministro federale. Le sue competenze comprendono la tutela dei diritti del minoranze religiose ed etniche: un ruolo delicato in una Repubblica islamica, potenza nucleare e secondo paese di fede musulmana per popolazione.
 
Dottor Bhatti, che rapporto ha con il Veneto, dove ha studiato e ha vissuto per diversi anni?
Sono arrivato a diciotto anni e sono praticamente cresciuto in Veneto. A Padova mi sono trovato subito molto bene e, anche se non sapevo la lingua, compagni e docenti dell’università mi hanno aiutato, sia durante la laurea che durante la specializzazione in chirurgia pediatrica. Non mi sono mai sentito discriminato o rifiutato, ma anzi sempre accolto e aiutato, anche dopo gli studi. Ho lavorato anche in Olanda e in Belgio e sono stato medico missionario in Pakistan: alla fine però ero tornato qui, dove avevo aperto uno studio come medico di base.
 
Lei all’inizio non aveva scelto la politica come professione: perché allora ha deciso di raccogliere l’eredità politica e morale di suo fratello?
Si può scegliere la politica come carriera – non era questo certamente il mio caso – oppure per perseguire il bene degli altri e combattere le ingiustizie: in questo modo diventa una forma di servizio verso gli altri. Quando sono andato in Pakistan dopo la morte di mio fratello ho visto passi in avanti fondamentali, soprattutto dal punto di vista del dialogo interreligioso. Tutti, in particolare i musulmani, ricordano mio fratello con stima, spesso anche con affetto e commozione. Quando ho visto i frutti dell’opera di Shahbaz ho deciso di provare a portarla avanti.
 
A distanza di più di un anno gli assassini di suo fratello sono ancora liberi: pensa che si arriverà mai alla verità sulla sua morte?
Si tratta di una realtà estremamente complessa e difficile: pensi che non sono stati ancora arrestati nemmeno gli assassini di Benazir Bhutto (ex primo ministro e moglie dell’attuale presidente della Repubblica Asif Ali Zardari, assassinata nel 2007, ndr). Al di là dei responsabili materiali il problema è l’intolleranza e il clima di odio nel paese. Shahbaz ormai è morto e non può tornare; vorrei certamente che si arrivasse alla verità, ma per me la priorità è innanzitutto continuare la sua opera a favore dei più deboli.
 
Suo fratello si batté contro la legge sulla blasfemia, di cui si è parlato molto a livello internazionale per i casi di Asia Bibi e, negli ultimi giorni, di Rimsha Masih, la bambina affetta da sindrome di Down accusata di aver stracciato un libro islamico. Secondo lei è possibile che si arrivi a una riforma di questa legge?
Vede, anche se riuscissimo a cambiare la legge questo attualmente servirebbe a poco: i fanatici si sentirebbero anzi legittimati a farsi giustizia da sé. Più importante è che le persone e i gruppi che creano questo clima di intolleranza vengano in qualche modo emarginati.
 
Come?
Innanzitutto tramite la lotta all’analfabetismo e alla povertà, i fattori che sono la base e il nutrimento dell’intolleranza. Bisogna poi creare sempre più occasioni di dialogo e di incontro tra i rappresentanti delle religioni. A questo riguardo presto organizzeremo una conferenza internazionale proprio in Pakistan, alla quale vogliamo che partecipino anche i rappresentanti dei paesi musulmani più importanti, come l’Indonesia, l’Egitto e l’Arabia Saudita. In tutto questo è essenziale il ruolo dell’Occidente, verso il quale c’è molto risentimento, e con il quale i cristiani purtroppo vengono spesso identificati.
 
Hanno fatto parlare anche le sue dichiarazioni critiche verso l’atteggiamento delle Ong e dei media, proprio riguardo il caso di Rimsha Masih…
Le mie critiche non riguardavano la grande maggioranza delle Ong, che anzi svolgono un lavoro essenziale nel nostro paese. Purtroppo qualcuna di esse, per cercare visibilità e magari anche finanziamenti, sembra voler speculare sui casi più clamorosi, come appunto quello di Rimsha. Faccio l’esempio: subito dopo aver appreso della vicenda ho passato tre giorni a raccogliere informazioni, contattare i soggetti coinvolti e dialogare con loro. In questo modo siamo riusciti a mettere in salvo la bambina e la sua famiglia; abbiamo inoltre nominato una commissione medica per verificare la sua età e la sua capacità mentale, visto che secondo la legge pakistana non dovrebbe nemmeno essere sottoposta a processo (Domani è attesa la prima sentenza sulla libertà della bambina da parte della Session Court di Islamabad, ndr). Quando sembrava che le cose finalmente si stessero chiarendo un’associazione, che fino ad allora non si era fatta sentire, ha rilanciato l’attenzione sulla vicenda, offrendo assistenza legale alla bambina e presentando a sostegno un documento con la firma falsa della madre. Un caso analogo è accaduto anche a Lahore qualche tempo fa. Atteggiamenti del genere, condotti sulla pelle della povera gente, mi indignano.
 
Qual è oggi la situazione delle minoranze nel suo paese?
Chiaramente difficile, ma sono ottimista. Da quando, dopo la morte di mio fratello, ho raccolto il suo incarico, ho cercato di moltiplicare le occasioni di incontro e di dialogo, coinvolgendo anche gli imam più tradizionalisti. Ho organizzato e partecipato a un quantità di conferenze e incontri; ho parlato nelle moschee e presto spero di farlo anche ai bambini delle scuole coraniche. Qualcosa sta cambiando, e credo che ne sia un esempio proprio il caso di Rimsha: le autorità si sono fatte immediatamente carico della questione, e tutti i giornali e anche diversi imam si sono pronunciati a favore della bambina. Anche l’opinione pubblica per una volta sembra rifiutare il fanatismo. Si tratta di segni che mi fanno molto sperare.
 
È paradossale per un cristiano rappresentare il governo di una repubblica islamica?
La cosa fondamentale è la crescita della democrazia nel paese.
 
L’immagine del Pakistan nei media internazionali non è sempre lusinghiera: una potenza nucleare, storicamente alleata con gli USA, una democrazia instabile e con una forte presenza del fondamentalismo islamico. Si tratta di un quadro veritiero?
Credo che si debba comprendere che se la situazione in Pakistan è questa, tale da preoccupare addirittura il mondo intero, parte della responsabilità è dell’Occidente. Già con l’indipendenza la Gran Bretagna lasciò volontariamente irrisolto il problema del Kashmir (la regione contesa tra Pakistan e India, ndr), e questo fin dall’inizio ha impedito che i rapporti tra i due stati potessero svilupparsi pacificamente. Con l’invasione sovietica dell’Afghanistan inoltre fu sempre l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, a finanziare i primi gruppi jihadisti, con lo scopo di bloccare l’avanzata del comunismo.
 
L’Occidente allora cosa dovrebbe fare?
Innanzitutto collaborare per una risoluzione della questione del Kashmir. In secondo luogo capire che oggi il Pakistan ha bisogno soprattutto di sviluppo economico e di programmi educativi. Oggi il livello di analfabetismo è ancora molto elevato; le scuole spesso non ci sono, quindi le famiglie sono spesso costrette a mandare i bambini nelle madrasse (le scuole religiose, ndr).
 
Quali sono oggi i rapporti tra il governo e i militari?
Dopo quattro anni e mezzo il governo sta completando il suo mandato: è la prima volta che questo accade nella storia del Pakistan. Sicuramente ci sono tante difficoltà e motivi di instabilità, ma è così che un paese cresce. Subito dopo l’indipendenza i colpi di stato hanno impedito al nostro paese di svilupparsi come una democrazia matura. Adesso per la prima volta un governo riesce ad arrivare a nuove elezioni, e di questo va dato merito anzitutto al presidente Zardari che, pur tra tante difficoltà, è riuscito in questi anni a mediare con l’esercito e con le varie forze politiche e sociali del paese.
 
Lei ha vissuto per anni in Italia. Qual è la situazione degli stranieri e delle minoranze – in particolare quella islamica – nel nostro paese? È giusto secondo lei chiedere agli altri paesi reciprocità per il rispetto dei diritti?
L’Italia è un paese accogliente, ma spesso la gestione dell’immigrazione è disorganizzata. Pensi che dopo tutti gli anni che vivo qui avrei ancora difficoltà, se lo volessi, a chiedere la cittadinanza! In quasi tutti gli altri paesi sarei già cittadino. Ci sono ancora le file davanti alle questure?
 
Sì. Forse ancora più lunghe.
Ecco. Credo che sia un errore marginalizzare chi è integrato nella società: da cittadino potrebbe contribuire di più al paese, mentre se lo si tiene ai margini si rischia di gettarlo nella frustrazione e nello scontento. Dopodiché credo che gli stranieri che vivono qui debbano essere i primi ad accettare e a rispettare le regole della società di cui sono ospiti.

 
di Daniele Mont d’Arpizio
29 agosto 2012
http://www.unipd.it/ilbo/

 


 

Una storia di religione e grandi migrazioni

 
Quando lo smembramento dell’impero britannico porta alla nascita del Pakistan e dell’India nel 1947, il “Paese dei puri” diventa la terra degli indiani di fede musulmana. Di fede indù sono invece la maggior parte degli abitanti dell’India. Ma le violenze, che accompagnarono la divisione del subcontinente indiano lungo linee religiose, costrinsero 17 milioni di persone a varcare i confini dei nuovi territori in entrambe le direzioni, dando vita alla più grande migrazione della storia umana.
 
E i 65 anni di indipendenza del Pakistan sembrano segnati da questo drammatico esordio. Problemi aperti nel Paese restano i rapporti con la vicina India e le violazioni dei diritti umani nei confronti delle minoranze e delle donne.
 
Dall’attentato delle Torri gemelle in poi, il Pakistan diventa l’avamposto della lotta degli Stati Uniti contro i talebani. Con il risultato di esasperare le tensioni interne, soprattutto nei confronti della minoranza cristiana (poco più dell’1% della popolazione). Ma neanche la condivisione della fede religiosa – alla base dell’utopia di uno dei padri fondatori del Paese, Mohammad Ali Jinnah – è in grado di fermare gli scontri tra sunniti e minoranza sciita (il 20% della popolazione), che negli ultimi 20 anni hanno provocato migliaia di morti. Un’instabilità legata anche al potere esercitato dai servizi segreti e dai militari, per più di 40 anni al governo del Paese.