VANGELO DEL GIORNO

Il Vangelo del giorno

CALENDARIO

NEWS ACVV

ISCRIZIONI CAMPI ESTATE 2019
Da lunedì 6 maggio sono aperte le iscrizioni ai campi per quanti, ragazzi, giovani ed adulti non iscritti all'Azione Cattolica, desiderano parteciparvi. Per info: Ufficio diocesano 0438/940374, sito www.acvittorioveneto.it.

Apertura di Casa Cimacesta
Casa Cimacesta, in vista dell'ormai vicino inizio dei campi scuola, ha bisogno di un accurato riordino delle villette e degli spazi esterni. Chiediamo di dedicare uno dei prossimi fine settimana a chi, conoscendo la realtà della Casa e condividendone lo scopo, desidera partecipare ai lavori di apertura, segnalando la propria disponibilità in Ufficio diocesano (0438/940374). La proposta potrebbe essere un'opportunità, per i gruppi 18enni e giovani, di condivisione di una giornata nel servizio. Questi i fine settimana: 25-26 maggio; 1-2 giugno; 8-9 giugno.

Incontro di spiritualità adulti e terza età
Terzo appuntamento di spiritualità in programma per sabato 25 maggio a Motta di Livenza, Basilica della Madonna dei Miracoli. Dopo l'accoglienza iniziale, alle 9.30 santa Messa cui seguirà la riflessione sul tema :"Di generazione in generazione... Maria madre della vita". Ci sarà poi uno spazio adeguato per le confessioni; le conclusioni intorno alle 12.15. Per iscrizioni ed informazioni: Ufficio diocesano AC 0438/940374.

Gli adultissimi incontrano Papa Francesco Anche un gruppo di adultissimi della nostra diocesi partecipa all'incontro con Papa Francesco mercoledì 29 maggio, in Piazza San Pietro. Il programma prevede poi la celebrazione della Santa Messa in Basilica con il cardinale Angelo Comastri, cui seguiranno le testimonianze di adulti, nonni e nipoti dell'Ac.

EVENTI

Festa Unitaria 2019 - Sapore di Sale Incontro Nazionale Adultissimi - Di Generazione In Generazione Estate Eccezionale 2019 AC Vittorio Veneto on Facebook AC Vittorio Veneto on Twitter AC Vittorio Veneto on YouTube

PELLEGRINAGGIO IN TERRA SANTA

LA’ TUTTI SIAMO NATI!
“Sono in te tutte le mie sorgenti”

 
Nell’anno dedicato alla Fede, l’Azione Cattolica promuove un pellegrinaggio nella Terra che più di ogni altra può raccontare l’incontro di Dio con l’Uomo. La proposta, divenuta pellegrinaggio aperto a tutte le persone e comunità della diocesi, sarà presieduto dal vescovo Corrado e ci condurrà nella “quotidianità” di Gesù Cristo raccontata dai vangeli. Lo pensiamo fin da subito come un’occasione provvidenziale per riscoprire le “sorgenti” della nostra fede. Chiamati dal convegno diocesano ad “Abitare la terra”, ci lasceremo accompagnare dalla Parola nelle strade che Lui ha percorso.
 
Certi della necessità di rendere più credibile la nostra sequela, lo riconosceremo nei luoghi, nei segni, nelle persone e soprattutto nei pochi fratelli cristiani che oggi in quella regione continuano ad essere testimoni del suo vangelo.
 
In questo tempo di fatica, di crisi, di incomunicabilità, guarderemo insieme a Gesù per comprendere fino in fondo quanto ciascuno di noi possa contribuire a rendere “santa” la propria vita, la terra che abita, la propria quotidianità. Vorremo, nell’occasione, stabilire un legame con una parrocchia, magari tra quelle guidate dai sacerdoti partiti dalla nostra diocesi.
 
Il Pellegrinaggio in Terra Santa davvero racconterà a ciascuno quanto l’umanità e la storia di ogni giorno siano state amate e vissute in concreto da Dio e potrà aiutare il cammino di fede dei giovani e adulti in ricerca, o impegnati nei luoghi di testimonianza e di servizio delle nostre comunità. Invitiamo fin da subito ad iscriversi, e a pensare localmente iniziative che possano sostenere parte della spesa, soprattutto per i più giovani.
 
La quota di partecipazione individuale al pellegrinaggio che si svolge dal 27 dicembre 2012 al 3 gennaio 2013 è di € 1.350. Le iscrizioni si accolgono in Ufficio diocesano di AC entro il 26 agosto 2012, versando un acconto di € 150. Per ogni informazione visita la pagina dedicata al pellegrinaggio in Terra Santa

 
di Diego Grando
L’Azione, 1 luglio 2012

 
 

CAMPISCUOLA 2012

Una settimana lontani da casa: una scelta per crescere

 
Perché dei genitori sani di mente dovrebbero decidere di far partecipare i loro figli, che frequentano le prime classi delle scuole elementari, ad un camposcuola? Sette giorni lontani da casa, con gente sconosciuta, senza la mamma ad aiutarli a fare il letto o a ricordare loro l’importanza dell’igiene personale, senza il controllo vigile del papà: sono così piccoli, così poco autonomi, così attaccati a noi genitori.
 
Forse in simili interrogativi – che sono comunque venuti anche a noi – c’è già la risposta: questi sette giorni sono una grande possibilità che noi offriamo ai nostri figli. In un camposcuola possono rendersi conto che è bello esplorare il mondo, oltre i confini conosciuti della casa e del paese d’origine; possono percepire che gli ‘altri’ sono belle persone: amici nuovi da incontrare e adulti significativi che gratuitamente dedicano loro del tempo; possono toccare con mano che i valori e le regole di cui si parla in famiglia non sono una fissazione solo di mamma e papà, ma qualcosa di indispensabile per vivere bene insieme.
 
Possono anche – finalmente, direbbe qualcuno di loro – sperimentare l’autonomia in un ambiente comunque protetto: dovranno badare maggiormente a sé stessi, ma così scopriranno di avere risorse inaspettate da mettere in gioco; dovranno misurarsi con la nostalgia, ma si accorgeranno che sono anche capaci di ‘fare da soli’ e che papà e mamma si fidano di loro. E poi gusteranno appieno la gioia del ritorno: pensate a quando torneranno a casa e per un intero pomeriggio – o più – ci racconteranno cosa hanno fatto nei giorni in cui sono stati lontani!
 
Tuttavia non c’è solo questo: iscrivendoli ad un camposcuola di AC noi genitori speriamo anche di regalare dei semi preziosi che germoglieranno nel futuro. Semi di bontà, di amicizia, di condivisione, di gratuità che, innaffiati dalle buone parole di assistenti e animatori e illuminati dal Sole della Parola di Dio, potranno germogliare dentro i loro piccoli cuori e portare frutto abbondante nei mesi e negli anni successivi. Anche all’interno della vita familiare.

 
di Francesca e Roberto Bortoluzzi
L’Azione, 1 luglio 2012

 
 

PER EDUCARE A NUOVI STILI DI VITA

Idrosprecometro: cosa sarà mai?

 
In procinto di essere brevettato a livello internazionale, fa sfoggio di sé a Cimacesta, da quest’anno, l’idrosprecometro. Trattasi di strumento ad alto contenuto tecnologico, atto a misurare la quantità d’acqua prelevata dalla rete idrica che residua nei bicchieri a fine pasto.
 
Nato da una sollecitazione del consiglio diocesano di AC in vista dei campi estivi, per una proposta nuova ed originale che rimarcasse l’importanza di adottare nuovi stili di vita improntati, fra l’altro, al senso di responsabilità e sobrietà, l’idrosprecometro si pone l’obiettivo di convertire in informazione concreta il puro dato dei litri d’acqua raccolti, per meglio comprendere come anche le nostre abitudini possano concorrere ad un mondo migliore. L’idrosprecometro infatti permette di rendersi conto visivamente che l’acqua rimasta nelle caraffe a fine pasto, raccolta durante una settimana di camposcuola, è preziosa perché pari al fabbisogno di molte persone, per molti giorni.
 
In un’epoca in cui l’uso responsabile delle risorse naturali è argomento di grande interesse, l’idrosprecometro e il contesto alpino di Cimacesta sono sicuramente un invito a riflettere sul tema del Creato, su ciò che ci è stato donato dal Signore, su ciò che abbiamo ereditato da chi è venuto prima di noi, su ciò che noi stessi lasceremo ad altri.

 
di Vinicio Sandrin
L’Azione, 24 giugno 2012

 
 

CAMPISCUOLA: LA PROPOSTA PER I RAGAZZI DI 4^-5^ ELEMENTARE

Pietro vieni, seguimi!

 
Ebbene si, quest’anno sarà San Pietro ad accompagnare i ragazzi di quarta e quinta elementare nel percorso formativo proposto durante i campiscuola Acr.
Come Gesù invitò Pietro a seguirlo allora, così oggi, proprio attraverso la figura di Pietro, chiama i ragazzi a seguirne le orme.
 
Ma perché scegliere proprio San Pietro a fare da guida a ragazzi di 9-10 anni?
San Pietro non ha avuto una vita facile! Il Maestro lo ha chiamato e gli ha chiesto di seguirlo con una proposta fuori dalla normalità, ma Pietro ha avuto fiducia, ha lasciato tutto ed è diventato suo discepolo. Certo lo ha anche rinnegato e non una, ma ben tre volte!
 
Guardando la sua storia e conoscendolo nella sua umanità, si capiscono le sue debolezze, i suoi dubbi e le sue paure. Queste fragilità sono poi diventate la sua forza, grazie all’amore, al perdono e alla fiducia che Gesù ha riposto in lui. Le debolezze di Pietro sono uguali alle nostre, proprio per questo ci assomiglia molto.
 
Le difficoltà e gli ostacoli che si mettono sul nostro cammino sono gli stessi che ha incontrato lui. È stato uno dei migliori amici di Gesù, eppure lo ha rinnegato e dal suo pentimento è nato il perdono. Pietro è la dimostrazione del fatto che errare è umano ma nel momento stesso in cui riconosciamo di aver sbagliamo,Lui ci ha già perdonato.
 
Anche noi, insieme ai ragazzi, dovremmo imparare a perdonare, e forse questo è l’ostacolo più alto da abbattere, ma così possiamo diventare “amici di Pietro” e di conseguenza “amici di Gesù”.
Saremo suoi discepoli, il suo amore infinito ci aiuterà a compiere piccoli e grandi miracoli, ogni giorno, con gli amici, in famiglia. Aiutati dalla preghiera riusciremo ad arrivare a chi ancora non ha la vera gioia, la felicità che solo Dio dona.
 
Il campo per i ragazzi sarà l’inizio di un cammino in salita, su una strada non sempre dritta, con ostacoli e prove da superare, in cui loro potranno essere “portatori sani” della Buona Novella.
San Pietro ci fa proprio puntare in alto, ma a noi piace così perché sappiamo che la strada in salita poi apre a paesaggi mozzafiato. E allora FIDIAMOCI!

 
di Francesca Cenedese
L’Azione, 24 giugno 2012

 
 

CAMPISCUOLA: LA PROPOSTA PER I RAGAZZI DELLE MEDIE

Con Chiara d’Assisi, verso l’alto!

 
Santa Chiara sarà la figura che accompagnerà i ragazzi di prima e seconda media nella proposta educativa che verrà loro offerta durante i campiscuola ACR dell’estate 2012. Cos’avrà ancora oggi da dire a noi, una donna vissuta più o meno ottocento anni fa? Ce lo siamo chiesti e abbiamo scoperto che c’è ancora molto da imparare da Chiara. E’ stata esempio di fedeltà, affidamento, tenacia e umiltà.
 
Chiara ci fa comprendere che c’è un progetto per ognuno di noi, che parte dalla quotidianità , qualsiasi sia la nostra origine, la nostra famiglia, qualsiasi siano i nostri amici o le nostre abitudini. Il progetto c’è, esiste, sta solo a noi decidere di cercare di comprenderlo e di compiere scelte che ci portino verso la sua realizzazione. Scelte quotidiane che nascono in una discussione tra amici, in una richiesta dei genitori, nel relazionarsi con gli altri in un modo piuttosto che in un altro, mettendoci in gioco così come siamo, facendo forza sulle nostre qualità e imparando ad accettare e far tesoro anche delle mancanze.
 
Non ci vengono chieste grandi cose, ma semplicemente quel “qui e ora” che segna le nostre giornate. E qui Santa Chiara ci aiuta ancora una volta, con la sua scelta di povertà, umiltà, ci fa capire come sia fondamentale imparare a tenere conto dell’essenziale, di cosa e chi è veramente importante nella nostra vita e lasciarsi guidare da questo.
 
Compiuta la scelta, ci vuole però la forza di rimanere sulla strada, anche se a volte questa si restringe e diventa un piccolo sentiero in mezzo agli alberi o fiancheggiato da un burrone. Allora la tentazione può essere quella di fermarsi, paralizzati, e non continuare il cammino. E’ questo il momento di alzare lo sguardo verso un punto sicuro, che orienta, e proseguire.
 
Chiara d’Assisi aveva capito che questa forza poteva trovarla solo nella totale fiducia in Cristo, fedele compagno di strada. In ogni momento lei si affida alla preghiera e invita anche noi e i nostri ragazzi a farlo, riconoscendo che Gesù affianca sempre i nostri passi. Come Santa Chiara siamo chiamati a vivere ogni giorno mirando alla santità e compiendo piccole scelte orientate a questo, dove viviamo il nostro tempo: a scuola, in famiglia, con gli amici, rimanendo fedeli all’amore di Gesù.

 
di Chiara Basei
L’Azione, 17 giugno 2012

 
 

A Benedetto XVI le reliquie di Giuseppe Toniolo

 
Miano, Sigalini, i presidenti Fuci e mons. Sorrentino, a termine dell’udienza del mercoledì del Santo Padre, hanno consegnato a Benedetto XVI le reliquie dell'”economista di Dio”. Il 16 giugno il cardinale Amato depositerà alcune reliquie nella cappella della Domus Mariae.
 
«Il suo messaggio è di grande attualità, specialmente in questo tempo: il Beato Toniolo indica la via del primato della persona umana e della solidarietà»: con queste parole Benedetto XVI celebrò l’avvenuta beatificazione di Giuseppe Toniolo lo scorso 29 aprile.
 
Oggi una delegazione del Comitato di beatificazione ha partecipato all’udienza generale del mercoledì e consegnato al Papa le reliquie dell’“economista di Dio”, venerate il giorno della Beatificazione e custodite in un prezioso reliquiario.
 
Della delegazione hanno fatto parte mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi e postulatore della causa di beatificazione di Toniolo; mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e assistente ecclesiastico generale dell’Azione cattolica italiana; Franco Miano, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana; i presidenti della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) Francesca Simeoni e Stefano Nannini e la vice postulatrice, Silvia Correale.
 
Sabato 16 giugno il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione dei Santi, presiederà la celebrazione eucaristica durante la riunione del Consiglio nazionale dell’Azione cattolica italiana a Roma: in questa occasione alcune reliquie del Beato saranno inserite nell’altare della cappella dei Santi e beati dell’Ac della Domus Mariae.

 

 

CONCILIO VATICANO II

Il sogno dell’AC: far diventare il Concilio “cosa del popolo”

 
Il Concilio fu un grande evento per la Chiesa universale, capace di coinvolgere non solo le gerarchie ecclesiastiche ma anche il “popolo di Dio”. L’Azione cattolica italiana come era arrivata all’appuntamento col Vaticano II? Quale era allora la consistenza associativa, quale il radicamento sul territorio nazionale, quali le parole d’ordine e i punti forti del suo impegno per la diffusione del Vangelo? Segno ne parla con il vice presidente nazionale Adulti di Ac, storico di “mestiere”.
 
Professor Trionfini, a lei queste prime domande. Ci parli anzitutto dell’associazione al momento dell’indizione del Vaticano II.
 
L’associazione, al momento dell’apertura del Concilio, arrivò a toccare la punta massima degli iscritti, che ammontavano a circa 3 milioni, con una diffusione capillare su tutto il territorio nazionale, seppure in modo non uniforme, vantando una presenza più consistente in alcune regioni del Nord (Veneto e Lombardia) e meno solida al Centro e al Sud. L’imponente dato numerico si spiega anche per il pieno sostegno dato dalla Chiesa, che, nell’ecclesiologia vigente, considerava l’Azione cattolica – secondo il linguaggio corrente – come “milizia scelta” del laicato. L’associazione, che era un’organizzazione “di massa”, promuoveva, inoltre, una serie consistente di opere, aggregando attorno ad esse migliaia di soci, per impegnarli in attività di carattere sociale, economico, ricreativo, sportivo e culturale. La struttura complessiva rispondeva, al di là di sconfinamenti su terreni non specificamente religiosi, all’esigenza di offrire ai militanti un campo di impegno a largo raggio, come ricaduta di un progetto educativo incentrato sulla “formazione integrale” della persona. La storia dell’Azione cattolica, nel corso degli anni del pontificato di Pio XII, ruota attorno a questa tensione che si innesca tra l’esigenza insopprimibile di coltivare la «vita interiore», come si diceva allora, e l’urgenza di tradurla visibilmente in opere.
 
Possiamo approfondire questo concetto?
 
Questa tensione è volta, al fondo, a superare, come non si mancava di denunciare, il modello del cristianesimo «borghese», che tendeva a scindere la religione dalla vita. Recuperando un essenziale bagaglio formativo, che, per esempio, favoriva – e questo è un capitolo ancora da approfondire per cogliere il contributo offerto da lontano al Concilio – la partecipazione liturgica “attiva”, attraverso il “rigore metodico” della catechesi, non esente da alcune pieghe formalistiche, si abilitava un modello di laicato debitamente formato e fortemente impegnato. È questo il lascito più profondo, in quanto assicurava, attraverso la forma associata, il coinvolgimento del laicato, come soggetto attivo, alla vita e alla missione della Chiesa.
 
In quale misura i lavori conciliari stimolarono una riflessione interna all’Ac?
 
Vorrei premettere una precisazione, che intenderebbe aiutare a dissolvere certe interpretazioni correnti per sostenere la tesi secondo la quale con l’indizione del Vaticano II tutta la Chiesa, nelle sue diverse componenti, avesse chiaro quale era il mutamento in atto. In realtà, i lavori conciliari furono come un cantiere aperto, disseminato di sorprese, che gradualmente vennero colte nel tessuto ecclesiale diffuso. Il processo si coglie nitidamente leggendo i diari dei padri conciliari, in molti dei quali fa capolino l’espressione «conversione»: a Concilio aperto si attuò, insomma, un cambiamento che interessò gli stessi protagonisti dell’assise ma che coinvolse – come è stato rilevato – anche l’opinione pubblica, che partecipava dall’esterno ai lavori. Questo processo si riflesse anche nell’Azione cattolica. Sul versante della vicenda associativa, mi sembra utile, anche in questo caso, anteporre una considerazione che relativizza letture cristallizzate nella vulgata per cui – per semplificare – c’è un prima, che coincide con la presidenza di Luigi Gedda (1952-1959), e un dopo, che corrisponde alla presidenza di Vittorio Bachelet (1964-1973), relegando il durante in una sorta di limbo. Studiando meno superficialmente quella stagione, si intravedono linee di cambiamento in asse con le aperture che il Concilio prospettava. Ne cito, a titolo esemplificativo di una riflessione che avrebbe bisogno di ben altro spazio, due.
 
Vediamole.
 
La prima è l’introduzione della “campagna annuale” unitaria, che coinvolse tutti i rami dell’Ac sullo stesso tema e percorso formativo, ancorata a fondamenti biblici, come in forma paradigmatica fu lanciata quella attorno al «comandamento nuovo» dell’amore, proprio in corrispondenza della prima sessione conciliare. La seconda riguarda i germi della «scelta religiosa», che cominciarono a maturare nel clima delle celebrazioni del centenario dell’Unità d’Italia del 1961, quando l’Azione cattolica si immedesimò con lo spirito del «Tevere più largo» impresso da Giovanni XXIII alle relazioni che dovevano improntare la Chiesa sul piano politico. Mi preme ricordare un passaggio di una relazione tenuta da Bachelet, all’epoca vice-presidente nazionale, in singolare coincidenza con la chiusura della seconda sessione del Vaticano II nel dicembre del 1963, nella quale sottolineava che la «stessa fisionomia» dell’associazione imponeva «anzitutto» di abituare «i nostri soci a distinguere tra l’essenziale e l’opinabile, ed ancora fra ciò che è desiderabile e ciò che è possibile; insegnando insomma ad essere obiettivi nel giudicare l’operato degli amici che lavorano nel campo della politica, ma insieme pronti a riaffermare fermamente i principi che ci sono propri e richiamarli efficacemente nel processo di educazione del popolo». Quest’ultima sottolineatura offre una chiave di lettura più penetrante per comprendere il processo di accompagnamento dei lavori conciliari da parte dell’Azione cattolica, che si dipanò, al di là della presentazione di “rito” offerta sulla stampa interna, secondo i ritmi della Chiesa: attraverso la preghiera, accogliendo le intenzioni di Giovanni XXIII nella fase preparatoria; nell’approfondimento dei temi in discussione nel corso delle sessioni; nel tenere viva l’attenzione durante le intersessioni; nel rilancio dei documenti, via via che venivano approvati dai padri conciliari e assunti da Paolo VI. In questo processo, che, ripeto, rende sintonica l’Ac alla Chiesa, si intravvede una peculiarità, che la proietta nel post-Concilio: la tensione a tradurre i risultati del Vaticano II – per riprendere la parole di Bachelet – come «educazione del popolo». È quasi sorprendente, per fare un esempio tangibile, lo spazio dedicato al Concilio sulla stampa associativa destinata alle “sezioni minori”, per coinvolgere e, per l’appunto, educare i ragazzi.
 
Dopo l’8 dicembre 1965, ovvero quando papa Paolo VI e i padri conciliari consegnarono alla Chiesa universale i risultati acquisiti in tre anni di lavori, condensati nelle costituzioni e nei decreti conclusivi, cosa accadde nell’Ac? Il presidente nazionale, che allora era Vittorio Bachelet, assieme all’assistente centrale mons. Franco Costa, come pensarono di stimolare l’Ac a ripensarsi sulla scia delle acquisizioni conciliari?
 
Ho già anticipato in parte la risposta nelle battute finali della precedente riflessione, per richiamare l’esigenza, avvertita come prioritaria, di irradiare a tutto il «popolo di Dio» il Concilio. Non c’è intervento della presidenza generale, nell’immediato post-Concilio, che non rifletta la preoccupazione che il Vaticano II diventi, nella sua integralità, patrimonio condiviso di tutta la Chiesa. Non a caso le “campagne annuali” che si susseguono sono incentrate sulle costituzioni fondanti del Concilio. Del resto, Paolo VI poggiò la ricezione conciliare su due pilastri: la Conferenza episcopale italiana, alla quale attribuì un ruolo più incisivo, per le chiese locali; e l’Azione cattolica, la quale era indotta a rinnovarsi, per l’intero laicato. In quest’ottica, iniziò – mi verrebbe da dire – il percorso di rinnovamento, per assumere integralmente il Concilio, che si doveva tradurre anche in una nuova forma associativa. L’Azione cattolica, attingendo al bagaglio più genuino della propria tradizione, aprì un processo che si potrebbe definire, nella duplice accezione del termine, ri-costituente, nel quale, secondo l’esplicita volontà della presidenza generale, ci fu il coinvolgimento più largo possibile, per arrivare a scelte condivise, secondo la nuova figura di Chiesa emersa dal Vaticano II. Fu, per il metodo assunto, anche un processo faticoso, per quanto carico di partecipazione, che, avviato nel 1966, a Concilio appena chiuso, si protrasse fino al 1969, con l’assunzione del nuovo Statuto.
 
Il post-Concilio giunse anche nelle Ac territoriali, dalle parrocchie alle diocesi?
 
Alla luce di quanto ho sottolineato, la ricezione del Concilio nelle associazioni territoriali avvenne sotto una duplice spinta: attraverso gli stimoli centrali della presidenza generale, ma anche attraverso le peculiari mediazioni delle Chiese locali. Nella geografia della ricezione, che andrebbe peraltro ancora studiata adeguatamente, non si può presumere un spazio uniforme di “riempimento”. Del resto, la stessa ecclesiologia conciliare assegnò alle Chiese particolari un ruolo che prima non avevano conosciuto. Il Concilio, quindi, si diffuse sul territorio con tempi differenti e modalità diverse, che riflettevano le specificità locali.
 
Lo Statuto del 1969 rappresenta il passo più emblematico dell’Ac dell’immediato dopo Concilio. Quali le novità introdotte dallo Statuto e la reale portata dei mutamenti che si stavano preparando nell’associazione?
 
Lo Statuto riprese, nelle sue linee portanti, le quattro note definite e accolte globalmente nell’Apostolicam actuositatem, il decreto sull’apostolato dei laici: l’assunzione immediata del «fine apostolico della Chiesa, cioè l’evangelizzazione e la santificazione degli uomini e la formazione cristiana della loro coscienza»; la corresponsabilità laicale nell’arricchire di un’esperienza specifica l’azione pastorale della Chiesa; la definizione di una forma associata, «a guisa di corpo organico», per restituire più direttamente la figura di comunione della Chiesa conciliare, potendo al contempo offrire più efficacia all’apostolato; l’affermazione di un legame ecclesiale inscindibile, attraverso la «superiore direzione» della gerarchia. Le scelte fondanti assunte furono spiegate da Bachelet in occasione della prima Assemblea nazionale della “nuova” Azione cattolica, tenutasi nel 1970, quando sottolineò che l’associazione «in passato ha fatto molte varie e nobili cose; ma ora ha ritenuto che fosse suo compito proprio puntare sui valori essenziali dell’annuncio evangelico e della vita cristiana, concorrendo col proprio apporto agli aspetti più sostanziali e profondi della costruzione e della missione della Chiesa». Ritengo che questa rimanga ancora la definizione più limpida della scelta religiosa, che ha orientato il cammino dell’Ac nel post-Concilio.
 
Nei decenni successivi, dagli anni ’70 al nuovo Millennio, l’Ac è cambiata profondamente, sia per ragioni interne sia per il mutato contesto storico, culturale, ecclesiale. Quali gli elementi essenziali che segnalerebbe in questa direzione?
 
I cambiamenti nel contesto sono stati profondi e radicali: è stata un’epoca nella quale la storia ha subito accelerazioni vertiginose, come mai si era verificato in precedenza, ponendo all’umanità sfide che – sembrerebbe una tautologia sottolinearlo – sono state epocali. Di fronte a questo movimento impetuoso, mi sembra di poter semplicemente far emergere il filo rosso più tenace che lega la parabola percorsa dall’Azione cattolica in questa stagione alla sua tradizione: la capacità di formare un laicato che ha saputo sempre guardare a un “oltre”, anche quando questo poteva sembrare increspato nelle pieghe di una storia contorta.

 

 

TERREMOTO IN EMILIA ROMAGNA

L’ora della solidarietà: colletta nazionale per l’Emilia

 
Per le zone colpite dal terremoto la Conferenza Episcopale Italiana ha indetto «una Colletta nazionale da tenersi in tutte le chiese domenica 10 giugno, solennità del Corpus Domini. Il ricavato dovrà essere consegnato tempestivamente alle rispettive Caritas diocesane, che provvederanno a inoltrarlo a Caritas Italiana, già operativa nelle zone colpite con un proprio Centro di coordinamento».
La Presidenza della Cei ha inoltre destinato all’emergenza tre milioni di euro dai fondi per l’otto per mille, rinnovando l’invito ad un coinvolgimento di tutte le comunità ecclesiali nella colletta nazionale.
 
Il direttore di Caritas Italiana, don Francesco Soddu, che ha visitato i luoghi colpiti ed è tornato nei giorni scorsi a Finale Emilia, sottolinea che si è potenziata la rete delle relazioni, rafforzando l’operatività del delegato regionale e delle Caritas delle diocesi colpite. Anche il presidente, mons. Giuseppe Merisi, si è recato nelle zone del terremoto come ulteriore segno di vicinanza.
 
A Finale Emilia è stato allestito un centro di coordinamento Caritas per facilitare l’incontro tra i bisogni rilevati e la disponibilità di risorse materiali e di volontari.
Anche Caritas Europa e Caritas Internationalis si sono dette pronte a contribuire agli aiuti nel medio e lungo termine, ossia nella fase più difficile della ricostruzione materiale e del tessuto sociale.
 
Chi vuole sostenere gli interventi di Caritas Italiana (causale: “Terremoto Nord Italia 2012”) può versare il proprio contributo attraverso:
 
c/c postale n. 347013
 
Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma
Iban: IT 29 U 05018 03200 000000011113
 
UniCredit, via Taranto 49, Roma
Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119
 
Banca Prossima, via Aurelia 796, Roma
Iban: IT 06 A 03359 01600 100000012474
 
Intesa Sanpaolo, via Aurelia 396/A, Roma
Iban: IT 95 M 03069 05098 100000005384
 
CartaSi (VISA e MasterCard)
telefonando al n. 06 66177001,
orario di ufficio

 
Avvenire, 9 giugno 2012

 

 

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N.B.: L’iscrizione si considererà confermata solo in seguito al versamento di un acconto pari a 50 €, in una delle due seguenti modalità:

  1. di persona presso l’Ufficio diocesano di Azione Cattolica;
  2. tramite bonifico sul Conto corrente bancario IT 29 H 02008 62191 000004292188.

I dati sono raccolti in conformità con il decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, ed i successivi provvedimenti.

All’incontro del 1° agosto sarà possibile saldare la quota di partecipazione e perfezionare il trattamento dei dati personali.

Per ora acconsento alla loro trasmissione *

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