VANGELO DEL GIORNO

Il Vangelo del giorno

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ottobre 2017
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NEWS ACVV

Cammino fidanzati: "Love in progress"
Domenica 22 ottobre, dalle 15 alle 18, nella canonica di Cimavilla di Codognè si svolge il primo incontro del cammino fidanzati. Love in progress nasce dalla collaborazione dei Settori Adulti e Giovani e per questo si integra nell’intera proposta formativa dell’Ac. Sviluppa le proposte nell’arco di due anni e costituisce un’occasione per maturare nel tempo le scelte più importanti e definitive alla luce del Vangelo e nel confronto con altre coppie. L’accompagnamento è curato da un sacerdote e da due coppie di sposi.

Re-Incontro del MLAC
Il Movimento Lavoratori di Azione Cattolica è stato attivo nelle nostra diocesi per quasi 35 anni. Una volta al mese si incontrava un gruppo di giovani e adulti, inseriti nel mondo del lavoro e della famiglia, che cercavano di portare in luce come è possibile vivere da cristiani in ogni ambiente; d'estate c’era poi il campo scuola. Famiglie e figli sono cresciuti in questo contesto e hanno costruito amicizie e legami di affetto e stima che hanno superato difficoltà e individualismo. Domenica 22 ottobre, a partire dalla Messa delle 10.30 a Vazzola, queste persone desiderano reincontrarsi. Don Giuseppe Fagaraz che, insieme a tanti altri sacerdoti ha accompagnato il cammino del MLAC, concelebrerà con il parroco don Massimo. La festa proseguirà poi al ristorante “Casa Vittoria“ di San Polo di Piave. La scelta è stata fatta per sostenere il prezioso lavoro di alcuni ragazzi down che hanno deciso di impegnarsi nell’attività di ristorazione. Sarà una domenica dove il ritrovarsi non sarà nostalgia, ma spinta e racconto di vita buona.

Feste parrocchiali del Ciao
"Pronti a scattare" - ovvero come diventare capaci di foto d'autore, guardando la realtà andando oltre le apparenze - il tema dell'anno proposto ai bambini e ragazzi dell'ACR. Sabato 28 e domenica 29 nelle parrocchie "scattano" le feste del Ciao, ovvero i gruppi parrocchiali iniziano nella gioia la loro attività, invitando nuovi amici ad unirsi al loro percorso di crescita.

Fede nell'arte
"La sensibilità femminile interprete dell'invisibile" è il titolo della nuova edizione de "La fede nell'arte" che vede quest'anno la scoperta di opere d'arte presenti nel nostro territorio realizzate da artiste donne. Domenica 29 ottobre il primo appuntamento, a Pieve di Soligo, alle ore 15, nel duomo Santa Maria Assunta, per ammirare i dipinti murali di Marta Sammartini. Iscrizioni e info: Ufficio diocesano Ac 0438/940374; Annamaria 328/7082919; Valerio 0438/801040.

Incontri con le Presidenze parrocchiali
Nel desiderio di conoscere sempre meglio la realtà di ogni associazione, rilevarne le difficoltà, coglierne suggerimenti e condividere le prospettive di impegno, la Presidenza diocesana mette in calendario 4 date per incontrare le presidenze parrocchiali e i coordinamenti foraniali. Martedì 10 ottobre per le parrocchie delle foranie Pontebbana e Sacile; martedì 17 ottobre per La Colonna e il Quartier del Piave; martedì 7 novembre per Opitergina, Mottense, Torre di Mosto; martedì 14 novembre per La Vallata, Pedemontana, Vittorio Veneto e Conegliano.

Nuovo indirizzo email
Il nuovo indirizzo di posta elettronica dell'Azione Cattolica diocesana che è: "segreteria@acvittorioveneto.it". Sostituisce il precedente.

EVENTI

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NEWS ACI

I giovani di Ac pellegrini ad Assisi

 
 
Cari amici,
 
avrei voluto essere con voi oggi ma sono trattenuto in Francia per un impegno legato al mio incarico attuale di Ministro dell’Armonia Nazionale del Pakistan.
 
La mia presenza tra voi avrebbe avuto anche il significato di ringraziarVi per l’aiuto che mi state dando con la Vostra amicizia e fraternità, e con il Vostro sostegno materiale per consentirmi proseguire l’opera di Shahbaz a favore dei poveri e dei cristiani del mio travagliato Paese.
 
Desidero farvi avere, in questa occasione, il testo di una mia riflessione sull’impegno politico di un cristiano, soprattutto in realtà difficili per la testimonianza dei valori della nostra fede.
 
Vi auguro di avere sempre dei buoni maestri, come io ho trovato in mio fratello Shahbaz, che vi guidino sempre verso Cristo e verso i suoi poveri che, come Lui ci ha detto, staranno sempre con noi per darci la vicinanza del suo Volto.
 
Vi raggiunga il mio saluto più fedele.
 

 
Bordeaux, 1 ottobre 2011
Paul Jacob Bhatti

 
 

IL MARTIRIO E L’AMORE VERSO I NEMICI

 
Il cristianesimo è una fede che si fonda sul martirio di Gesù e sulla sua risurrezione. Si può quindi affermare che ai cristiani, a cui è stata promessa la risurrezione, è concessa anche la necessità del martirio quando è richiesto per testimoniare la nostra fede.
Io penso che noi non dedichiamo sufficientemente attenzione a questa verità: il martirio non è un fatto così straordinario per un cristiano, né esso è riservato a chi si dimostri santo per altre virtù. Vorrei dire che “non si è martiri perché si è santi”; ma “si è santi perché si è martiri”.
Sin dai primi secoli della Chiesa il sangue dei martiri viene considerato un seme di fecondità per i cristiani. Noi non dobbiamo pensare che le tribolazioni siano sempre evitabili, se dobbiamo confermare con la nostra vita l’amore di Cristo per gli altri e soprattutto per i nemici.
Domandiamoci chi sono i nostri nemici e quanto amore siamo disposti a dare a loro. E’ facile amare chi ci ama. Ma dobbiamo amare chi ci ostacola, ci rende difficile la vita o addirittura ce la prende.
Solo dopo il martirio di mio fratello Shahbaz ho capito cosa significhi dare la propria vita per Gesù. Shahbaz pensava che tutti i poveri fossero il volto di Gesù sofferente, che a nessun uomo dovesse essere negata la giustizia, che proteggere i cristiani volesse dire offrire amore e rispetto anche ai non cristiani.
Il martirio di Shahbaz è entrato nella nostra famiglia e ci siamo interrogati: “dunque, lui era una santo e noi non lo vedevamo?”. Quando ogni mattina (fino all’ultimo giorno della sua vita) riceveva la benedizione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo da nostra madre, portava con sé, con il suo Amen, la disponibilità al sacrificio, nella convinzione che sui valori dell’amore e della fedeltà al Vangelo non si devono fare compromessi o peggio scegliere di rinunciare alla coerenza.
In Occidente, ove le persecuzioni dei cristiani, dopo la caduta del comunismo, non ci sono o le loro limitazioni non sono visibili, è forse difficile capire il coraggio del martirio. Sembra sia una situazione del passato o propria di alcuni Paesi apertamente liberticidi. E se venisse chiesto anche ad un occidentale di essere cristiano sino al “premio” del martirio della propria vita? Siamo sicuri che riuscirebbe ad ascoltare l’invito ad una scelta così esigente?
L’ultima beatitudine del discorso della Montagna di Gesù, quella che ricapitola tutte le altre, è dedicata alle persecuzioni ed ai martiri:
“Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
A volte mi chiedo qual’è il mio posto nel disegno di Dio e quello soprattutto della comunità cattolica del Pakistan. La precarietà della nostra vita attuale rivela più di ogni altra cosa l’incompiutezza del percorso terreno e dall’altra la speranza di una ricompensa nei cieli. Dobbiamo essere fedeli alla causa del Signore, come i poveri in spirito, cioè persone libere da ogni cosa e persino da se stesse, che seguono unicamente Cristo nella sua via.
Dal Pakistan alla Germania, questa via è la stessa; è quella che porta alla Croce. Possiamo chiederci se noi cristiani abbiamo compreso ed accettato che il cristianesimo presenta a tutti la proposta di essere testimoni senza risparmiarsi, fino al martirio se necessario.
Dalla Germania al Pakistan, questa testimonianza non ricerca eroi, ma solo persone che credono in ciò che pregano.
 
 

CRISTIANI IN POLITICA

 
 
Secondo Paolo VI, la politica è un modo esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri. Mi chiedo se è più semplice per un credente essere impegnato oggi in politica in un paese occidentale, come l’Italia, che ha un’unica cultura religiosa, oppure in una società come quella del Pakistan, in cui ci sono più fedi religiose che si confrontano.
Considerando dalla testimonianza spirituale  di mio fratello Shahbaz, martirizzato nello scorso mese di aprile, e avendo io scelto di proseguire la sua missione umana, riferirò oggi alcune mie riflessioni sui cristiani in politica in Pakistan.
 
Vorrei ricordare alcune notizie sul mio Paese.
 La Repubblica Islamica del Pakistan è uno stato dell’Asia meridionale. Da nord a sud si estende per 1500 km, a est confina con l’India per 2912 km., a ovest ha un confine con l’Iran di 909 km. A nord ovest si trova l’Afghanistan, il cui confine comune misura 2430 km. Infine a nord est ci sono 523 km di confine con la Cina. A sud si affaccia sul Mare Arabico per uno sviluppo costiero di 1046 km.
Con più di 180 milioni di abitanti è il sesto stato più popoloso del mondo: oltre ad essere il secondo maggior stato musulmano nel mondo dopo l’Indonesia, è anche un membro importante dell’Organizzazione della Conferenza Islamica.
Il Pakistan è anche una delle nazioni che posseggono ufficialmente armi nucleari.
La nazione che oggi costituisce il Pakistan, è stata parte dell’India fino al 14 agosto 1947.
La storia politica pakistana è divisa in periodi alternati di dittatura militare e governo democratico parlamentare.
Per quanto riguarda la religione, circa il 97% dei pakistani sono musulmani. I musulmani appartengono a diverse scuole chiamate Madhhab cioè Scuole di Giurisprudenza. Quasi l’80% dei musulmani pakistani sono sunniti ed è presente una corposa minoranza di circa il 20% di sciiti. Queste sono le percentuali di appartenenti alle diverse religioni:

  • Islam 173 000 000 (97%) (dei quali circa 80% sunniti e 20% sciiti)
  • Induismo 3 200 000 (1,85%)
  • Cristianesimo 2 800 000 (1,6%)
  • Sikh circa 20 000 (0,04%)

con minoranze di parsi, ahmadi, buddisti, ebrei, bahai e animisti (soprattutto i Kalash di Chitral).
 
Il Pakistan è il secondo Paese musulmano per popolazione ed anche il secondo Paese al mondo per popolazione sciita.
Forse, il rischio della propria vita può essere un problema reale in Pakistan, come quanto accaduto a mio fratello Shahbaz purtroppo dimostra, quando si difendono, con le parole del Vangelo, le minoranze religiose, i cristiani perseguitati ed i poveri. Ma da noi la testimonianza diventa una scelta vera, che porta a darsi agli altri senza altre ragioni se non la propria fede.
Le religioni devono incontrarsi per costruire un’umanità pacifica, perché esse parlano di pace al cuore dell’uomo. Io sono convinto che la pace sia una responsabilità universale. Quindi, essa è di tutti. Non soltanto degli specialisti, dei politici e dei sapienti. Essa appartiene agli uomini e donne di questo mondo, a qualsiasi popolo o fede facciano riferimento; solo così essi possono scoprirsi figli dell’unico Dio e fratelli e sorelle tra loro. Queste parole di Giovanni Paolo II  ci ricordano che l’umanità è una famiglia ed ancor di più lo è il popolo di una nazione, anche quando in essa vi è una pluralità di fedi religiose.
Oggi, invece, qualcuno giustifica la violenza contro un popolo e tra nazioni diverse richiamandosi a Dio.
Mai, però, le religioni possono diventare veicolo di odio.
Mai, invocando il nome di Dio, si può arrivare a giustificare il male e la violenza.
Mai si può uccidere un uomo in nome di Dio.
Al contrario, le religioni possono essere preziose risorse per un futuro diverso, che passa anche attraverso i mille piccoli atti della vita quotidiana di tutte le persone.
Queste convinzioni sono il cuore della testimonianza politica di mio fratello Shahbaz. Ora, dopo la sua morte straziante, molti nel mondo hanno compreso che non si può ottenere la pace senza la giustizia e la preghiera. La preghiera di tutti, secondo la propria fede; ciascuno nella sua identità e nella ricerca della verità.
Sempre di più, da credente in Cristo, sono quindi convinto che non è possibile giungere alla pace soltanto con la via della sicurezza. Per la pace si deve rischiare, con temerarietà personale, come tutta la vita di Shahbaz ci insegna, sino al giorno dell’agguato terroristico. Pace significa, quindi, affidarsi totalmente al comando di Dio, nella fede e nell’obbedienza; cioè porre in mano a Dio onnipotente la storia dei popoli.
E’ di grande ispirazione rifarsi al testamento spirituale di Shahbaz, che così ha scritto:
“Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: «No, io voglio servire Gesù da uomo comune».
Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese.
Molte volte gli estremisti hanno cercato di uccidermi e di imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Gli estremisti, qualche anno fa, hanno persino chiesto ai miei genitori, a mia madre e mio padre, di dissuadermi dal continuare la mia missione in aiuto dei cristiani e dei bisognosi, altrimenti mi avrebbero perso. Ma mio padre mi ha sempre incoraggiato. Io dico che, finché avrò vita, fino all’ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.
Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo. Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: “Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi”. I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi”.
 
Non dobbiamo aver bisogno del sacrificio dei martiri per comprendere la via della pace, perché essa deve stare scritta nel cuore di ciascuno di noi. Per questo, dopo l’assassino di Shahbaz, mi sono trovato a dover scegliere come continuare la sua missione.
La mia decisione, che ha portato ad un cambiamento totale della mia vita familiare e professionale, è stata basata su una duplice convinzione:
-non si può rinunciare alla battaglia contro le violenze verso i più deboli, che sono l’immagine di Gesù;
-è necessario che la voce di Shahbaz continui ad essere sentita.
La mia opera politica è  rivolta a tutti . Ai poveri, senza distinzione religiosa ed etnica. Agli appartenenti a tutte le minoranze religiose. Ai cristiani limitati nella loro libertà religiosa e spesso perseguitati per la loro fede in Gesù.
 
Vorrei ora citare alcuni fatti recenti.
Asia Bibi. . . . .
Farah Bibi. . . . .
Penso che conti moltissimo la storia della propria famiglia e della propria comunità, anche per delineare il futuro di una persona che decide di offire il meglio di se stesso agli altri. Khushpur nel Punjab è il paese della mia famiglia, ed è in buona parte cattolico. Io e i miei quattro fratelli  siamo stati educati dai nostri genitori alla fede cristiana, grazie anche alla presenza di missionari europei.
Shahbaz sin da giovane si è impegnato nella difesa delle piccole comunità cristiane, ma anche indù , sikh, parsi, bhai, costituendo con coraggio l’Associazione APMA (All Pakistan Minorities Alliance) e presentando questi problemi alle autorità nazionali che internazionali.
Shabaz sapeva di dover testimoniare con la sua vita l’amore di Cristo per gli uomini, avendo deciso di aderire con fedeltà all’invito evangelico .
Egli amava tutti i figli del popolo pachistano, convinto di trovare in questa scelta la strada per conoscere la vicinanza di Gesù. Egli non era disposto a mediare sull’amore verso i poveri ed i perseguitati; non era disposto a negoziare la sua fedeltà al Vangelo di Cristo, perché nel Vangelo trovava il significato della sua vita di credente e la fonte per donarsi agli altri.
In tante situazioni e momenti egli è stato certamente guidato da Dio, che gli ha mostrato il percorso della Croce, che lui ha accettato.
Desidero ringraziare tutti coloro che con i loro pensieri, con la preghiera, con la carità si uniscono a noi nella scelta del perdono verso le persone che hanno ucciso Shahbaz, attendendo la conversione del loro cuore. Questo è ciò che Shahbaz desidera da noi, nella fiducia che il Signore ci porta la Pace.
Ho imparato  che essere “buoni cristiani” significa essere anche “buoni politici”. Ed essere cristiani è un motivo per vivere con più responsabilità l’impegno politico, nella convinzione che le persone che fanno politica devono sapere che la politica ti fa perdere denaro, tempo per se stessi, sicurezze personali, certezze del futuro e persino incolumità.
Ma noi sappiamo che la politica fa trovare la gioia di allargare la propria famiglia alla propria città, al proprio Paese e al mondo.
Ho capito che  impegnarsi  per i diritti delle minoranze in Pakistan non significa lavorare per il fine esclusivo di una battaglia politica di parte, ma questo è il modo per costruire un ponte verso la pace con tutti e per una richiesta di giustizia per tutti.
In Pakistan la parola “laico” non è facilmente traducibile. Così come non è semplice comprendere cosa significa per un credente impegnato le parole “valori non negoziabili” ed altri concetti che appartengono al dibattito politico e alla ricerca culturale presenti in Occidente.
Penso che tanti trascurino le diversità culturali e sociali di Paesi che hanno una storia con un’altra origine. Mi chiedo: è l’Oriente che deve convergere sull’Occidente? Quanta parte della religiosità innata nei popoli orientali e dell’idea di questi popoli del valore relativo delle soluzioni umane possono invece aiutare a costruire una società politica nuova, buona per l’Oriente e per l’Occidente?
L’Europa, e l’Italia in particolare, possono dare un contributo all’evoluzione della politica pakistana nell’affermare un’idea di dialogo tra culture e religioni diverse, se si sceglie un rapporto rispettoso delle varie tradizioni, concezioni, compatibilità, suscettibilità, prospettive. E’ necessario evitare di pensare di poter portare dall’Occidente all’Oriente una soluzione indiscutibile.
Non è vero che l’Islam sia legato necessariamente alla violenza. Né è vero che la società pakistana non possa, pur tra mille difficoltà, evolvere verso standard di maggiore sicurezza e giustizia. Dobbiamo ricordare che il Pakistan c’è un sistema politico democratico, liberamente eletto dal popolo, a differenza di altri grandi Paesi orientali che sono ancora guidati con metodi autoritari.
Tutta la vita di Shahbaz attesta proprio questa sua fiducia nel valore della buona politica dei credenti impegnati nelle istituzioni, nella società, nella Chiesa. Per questo egli ha detto. “possiamo essere nella pace e nella giustizia un’unica famiglia e glorificare il nome di Dio in Pakistan”.