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Dopo tante promesse…

 
Paul Bhatti consigliere speciale sulle questioni delle minoranze religiose
È stato ufficialmente abolito il 30 giugno in Pakistan il Ministero federale per le minoranze religiose. Il provvedimento, approvato un anno fa ed entrato in vigore il 1° luglio (riguarda altri sei dicasteri), decentra il Ministero alle cinque province pakistane, alle quali spetteranno tutte le competenze. Il Ministero, creato nel 2008, era stato guidato da Shabhaz Bhatti, ucciso il 2 marzo da integralisti islamici per la sua politica a difesa dei 20 milioni di cristiani pakistani, che ora si sentono ancora meno tutelati. Abbiamo raggiunto telefonicamente a Islamabad Paul Bhatti, fratello di Shabhaz e consigliere speciale del primo Ministro sulle questioni delle minoranze religiose.
 
Cosa succederà ora? Quali ripercussioni sulla comunità cristiana?
“Materialmente il potere viene conferito alle province. I cristiani non avranno più una voce centrale. La questione delle minoranze è abbastanza complessa, sono preoccupato per la situazione generale, perché c’è bisogno di una pressione molto forte, anche a livello centrale e internazionale”.
 
Può farci un esempio concreto?
“Io mi sto occupando, tra l’altro, del caso di Farah, la ragazza cattolica che dicono sia stata rapita, convertita e costretta a contrarre matrimonio islamico nella città di Rahim Yar Khan, nel Sud Punjab. Ho chiesto alle forze dell’ordine, ai legali, di parlare direttamente con Farah. Non andrò personalmente perché è rischioso per la mia sicurezza ma ho formato una delegazione di alcuni suoi familiari che la incontreranno per sapere se la sua decisione di convertirsi e vivere con questo ragazzo è volontaria o è stata forzata. Questo è stato possibile solo perché abbiamo controllato a livello centrale. A livello provinciale non si sarebbe potuto fare”.
 
Il suo ruolo di consigliere del primo ministro rimane intatto?
“Sì rimane, come titolo e come poteri, finché il governo è in carica. Posso intervenire insieme al primo ministro ma non ho fondi a disposizione. Il primo ministro mi ha promesso che farà qualcosa per noi, ora vedremo cosa succederà nelle prossime settimane”.
 
Abolire il ministero significa un po’ tradire la memoria di suo fratello?
“Al momento sono io che devo continuare la missione di mio fratello. È stato il governo a chiedermi di venire in Pakistan, perciò ho lasciato la mia attività di medico in Italia, prevedendo di fare qualcosa di molto utile per le minoranze. Ora mi trovo in difficoltà perché non ho un forum dove eseguire queste azioni. Abbiamo fatto delle cose molto belle, creato un numero verde, una rete di dialogo interreligioso. Erano stati investiti soldi, energie intellettuali, ora si rischia di mandare tutto a monte. Certo non sono contento dell’abolizione, ma i cristiani hanno bisogno di appoggio e di aiuti concreti, al di là dell’esistenza di un ministero o meno. Perciò ho creato una Fondazione intitolata a mio fratello e, in Italia, una ‘Missione Shabhaz’. Ha gli stessi obiettivi che mio fratello portava avanti attraverso il suo ministero, perciò stiamo chiedendo appoggi locali e internazionali. Stiamo lavorando per svincolarci dal potere politico, perché se domani l’attuale governo si scioglierà non avremo più voce per proteggere le minoranze”.
 
Quali altre difficoltà incontra nel suo lavoro?
“Attualmente sto seguendo due casi: quello di Farah e di un’altra donna accusata di blasfemia. Ma non ho ricevuto nessun aiuto. Sto spendendo i soldi che ho messo da parte in Italia. In Italia e in Europa si parla tanto di solidarietà nei nostri confronti ma quando si tratta di finanziare progetti concreti nessuno ci aiuta. Non ha senso denunciare in Parlamento e poi non fare nulla. Altrimenti diventa controproducente per tutti i cristiani in Pakistan. I casi vengono esaltati e aumentano le violenze nei nostri confronti: hanno ucciso mio fratello, possono uccidere anche me”.
 
Dunque tante parole urlate e pochi fatti. Come quando…
“Come quando ho scritto e mandato dei progetti al ministero degli affari esteri italiano. Mi hanno risposto dicendomi che ci sono problemi legali, che non mi possono aiutare direttamente, che la questione è complessa… Io non ho nessun tornaconto personale a stare qui, ma se qualcuno mi promette un aiuto mi aspetto che lo dia. Non ho ricevuto neanche un euro. Ora i casi di blasfemia sono diventati dieci: serve appoggio legale e sostegno alle famiglie, che hanno dovuto lasciare il Paese perché minacciati. Mi chiedono aiuti che non posso dare”.
 
Le indagini sull’omicidio di Shabhaz pare abbiano individuato i responsabili: talebani e fanatici islamici. Si è sulla buona strada verso la verità?
“Sapevamo che era minacciato da questi estremisti che operavano per Al Qaeda. Gli esecutori dell’assassinio sono stati individuati e ora sono a Dubai. È in corso un mandato di cattura tramite Interpol, ora stiamo aspettando. Non ci aspettiamo una giustizia giusta, ma per noi è importante sapere almeno la verità, perché all’inizio c’erano stati dei tentativi di depistaggio”.
 
A che punto è il caso di Asia Bibi?
“Più silenzio c’è sul caso, meglio è. Hanno ucciso Benazir Bhutto, hanno ucciso mio fratello… So che è non è accettabile per il pensiero democratico occidentale, ma così è. Per evitare altri sacrifici e altre vittime bisogna fare attenzione: se la gente ci vuole aiutare veramente non deve esaltare i casi, ma aiutarci silenziosamente e in concreto attraverso i canali giusti, dialogando con noi e con i diretti interessati”.

 
a cura di Patrizia Caiffa
Agenzia SIR, 1 luglio 2011