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Campi Estate 2017
Mercoledì 14 giugno si apre l'estate nella Casa Cimacesta di Auronzo con il primo campo che vede la presenza di 58 ragazzi di quarta e quinta elementare. Provenienti da 17 parrocchie, conosceranno da vicino le vicende di Davide, cantautore di Dio. Saranno guidati dal capocampo Daniele e dall'assistente don Adriano, con Lorenzo come cuoco e Stefano capocasa. Mercoledì 21 giugno è partito il secondo campo dell'estate che vede la presenza di 81 ragazzi di prima e seconda media, provenienti da 25 parrocchie. Sono guidati dalla capocampo Silvia, dall'assistente don Angelo, con Lisetta cuoca e Nicolò capocasa. Mercoledì 28 giugno 85 bambini di quarta e quinta elementare riempiranno Casa Cimacesta per il loro camposcuola. Provenienti da 16 parrocchie avranno Stella come capocampo, don Federico assistente, Annarita cuoca e Valerio capocasa.

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NEWS ACI


JPII GAMES 2010

Silvia Lucchetta racconta…


 
Si parte. Sette e trenta della mattina, pulmini fuori dal cancello stipati di valigie FIPAV e di ragazze in divisa bianca e azzurra un po’ assonnate e un po’ elettrizzate. Si parte; ci lasciamo alle spalle l’Acquacetosa e imbocchiamo l’autostrada per Fiumicino. Cosi ha inizio il nostro viaggio in Israele, senza molte informazioni né tante aspettative.
Sono Silvia Lucchetta, vengo da Cimetta di Codognè, faccio parte dell’Azione cattolica e da nove mesi ormai vivo a Roma, nel centro sportivo Acquacetosa, insieme alle mie compagne di squadra. Siamo il Club Italia, una selezione nazionale giovanile di pallavolo.
Abbiamo partecipato al pellegrinaggio organizzato dall’Opera Pellegrina Romana in Terra Santa per la settima edizione dei JPII GAMES 2010 in onore di Giovanni Paolo II. Il CONI. (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) collabora con questa iniziativa e questo è il motivo della nostra presenza qui. Siamo partite il 23 aprile da Fiumicino dopo almeno due ore di coda per superare i rigorosi controlli israeliani. Da subito ci siamo trovate circondate da personaggi seriosi e distinti che solo vagamente riconoscevamo come membri della Federazione Italiana Pallavolo. Insieme a loro qualche sacerdote e alcune persone dall’aspetto comune. Con tre ore d’aereo arriviamo all’aeroporto di Tel-Aviv e prendiamo un pullman che si porterà alla prima tappa del nostro viaggio. Infatti si comincia subito: sono le quattro circa del pomeriggio e ci dirigiamo verso Gerusalemme, dove faremo un percorso senza scendere dal pullman. Conosciamo subito la nostra guida, Andrea, un israeliano cristiano che già dai primi minuti comincia a parlare al microfono e a illustrarci ciò che vediamo dal finestrino. E’ Gerusalemme, la parte vecchia della città. Vediamo le mura chiare, le stradine, le case: tutto ci sembra strano e molto molto estraneo. Comincia a farsi sera mentre arriviamo al nostro albergo a Betlemme. Scarichiamo i bagagli, cerchiamo le nostre camere, ceniamo. Guardo le mie compagne e vedo nei loro volti la mia stessa stanchezza e un po’ di disorientamento.
SABATO 24 APRILE. E’ il primo vero giorno del pellegrinaggio. Sveglia prestissimo; colazione di corsa e subito in pullman. Siamo un gruppo di cinquanta persone. “Nella mattinata visiteremo Betlemme, pranzeremo insieme e poi andremo a Gerusalemme” è Andrea che, sveglio e pimpante, subito comincia le sue spiegazioni.
Visitiamo la Basilica della Natività. E’ immensa, con delle decorazioni spettacolari. Dentro vi è un silenzio assoluto, ogni tanto interrotto dai canti di qualche gruppo di fedeli. Andrea ci porta verso il fondo della chiesa, verso il grande altare, ma poi si infila in un corridoio laterale e ci troviamo in mezzo a una fila di persone. Siamo tutte u po’ contrariate: la coda è interminabile, siamo stanche di stare in piedi, non sappiamo cosa stiamo per vedere. Ecco che Andrea si precipita da noi e ci spiega, nel suo italiano un po’ improvvisato, che stiamo per entrare nella grotta dove Gesù è nato.
Le espressioni delle mie compagne cambiano da così a così e ci guardiamo stupite ed emozionate. L’ora di fila sembra passare in un attimo e improvvisamente di fronte a noi compare una porticina. La nostra guida gesticolando ci chiede calma e silenzio. Entriamo, una dopo l’altra, abbassandoci perché la porticina sembra minuscola. E’ come entrare in un altro mondo. Dagli spazi immensi della Basilica ci troviamo in uno spazio piccolissimo, dai soffitti talmente bassi che le mie compagne più alte sfiorano con il capo.
Siamo tutti pigiati gli uni sugli altri, e ci muoviamo verso il centro della grotta.
La c’è uno spazio scavato in basso. Sul pavimento, una grande stella: come ci sussurra Andrea, in quel preciso luogo è nato Gesù. Tutte ci inginocchiamo, a turno, in silenzio, e per la prima volta da quando sono arrivata in Terra Santa sento l’emozione che mi fa rabbrividire. Usciamo dalla Basilica nella grande Piazza della Natività, sotto il sole cocente. E’ una giornata splendida. Nel pomeriggio siamo a Gerusalemme, destinazione: il Monte degli Ulivi. Ancora non lo sappiamo, ma questa visita darà una svolta alla nostra esperienza in Israele. Entriamo in uno splendido giardino di ulivi grandissimi. Siamo al Santuario Getsemani: orto degli ulivi, le ultime ore di passione di Gesù prima della crocifissione. Ci raduniamo tutti fuori dal santuario. Don Savino, il sacerdote che ci accompagna, inizia il momento di preghiera. Tutto cambia: mi sento in un’atmosfera completamente diversa. Sono circondata dagli ulivi, dai miei compagni di viaggio assorti in preghiera, c’è un vento leggero che ci solletica la pelle. Non avevo mai visto le mie compagne di squadra così, con gli occhi chiusi, le mani unite. Mai come in quel momento, però, le ho sentite vicine. Ripartiamo dal Monte degli Ulivi con un altro spirito nel cuore.
Gerusalemme, città vecchia. Arriviamo alla Basilica erroneamente detta “del Santo Sepolcro”; il vero nome della Basilica, come precisa subito Andrea, è “Basilica della Resurrezione”. E’ una chiesa che appartiene a quattro diversi gruppi religiosi: armeni, ortodossi, francescani ed ebrei. Ognuno ha dei tempi e degli spazi proprie per celebrare le messe. L’atrio principale della Basilica è occupato da una grande e alta struttura chiusa: è l’esterno della Grotta del Santo Sepolcro. Una lunghissima fila ne circonda il perimetro fino al minuscolo ingresso. Ci inseriamo anche noi fra le persone più diverse: donne in abiti leggeri e coloratissimi, suore in abito nero, uomini con il turbante. La coda è estenuante. Dopo più di un’ora siamo nelle vicinanze del minuscolo ingresso, e a quel momento non riusciamo più a scherzare e ridere fra noi perché ognuna si chiude in riflessione, nell’attesa e nella curiosità di quello che vedrò. Entriamo nel Sepolcro: è uno spazio ancora più stretto della grotta della Natività, dobbiamo stare in file di due per poterci muovere. Ritorna subito quell’atmosfera quasi magica. Ecco nel fondo della grotta il Sepolcro di Gesù. E’ un pezzo di pietra comune, ma il Signore là è stato deposto: ci inginocchiamo, e non è un gesto dovuto alle circostanze, è spontaneo, sincero. Uscite dal sepolcro e dalla basilica siamo stanche, ma lo spirito dentro di noi è sempre più vivo. Per finire la giornata, c’è la messa a Gerusalemme. La celebriamo in una chiesa grandissima, che accoglie tutti i partecipanti al pellegrinaggio: settecento persone riempiono la basilica. Al termine della messa risaliamo nei pullman e torniamo al nostro albergo.
DOMENICA 25 APRILE. E’ il giorno dedicato allo sport. Ci svegliamo presto, come al solito, e dopo un’abbondante colazione saliamo nel pullman. Oggi tocca a noi: siamo noi le protagoniste della mattinata. Prima ci saranno le nostre partite di pallavolo, poi si continuerà con la maratona. Nel pullman ci vengono spiegate alcune cose: giochiamo al check point fra Israele e Palestina, in uno spiazzo di cemento, contro una squadra palestinese e una israeliana. Il resto dei partecipanti al pellegrinaggio partirà dalla Piazza della Natività e si radunerà attorno al nostro campo di pallavolo dopo due chilometri di corsa. Siamo tutte piuttosto agitate, emozionate. Ci sentiamo finalmente nel nostro ambiente, ma c’è qualcosa di più che ci si agita dentro: rappresentiamo l’Italia, ma il nostro compito ha poco a che vedere con il mondo tecnico e sportivo. Siamo qui per rappresentare la pace, per portare gioia e allegria, per unire due popolazioni divise con la pace che lo sport sa dare. Questi sono i pensieri che mi attraversano mentre andiamo verso il check point e vediamo il paesaggio interrotto dal muro di divisione fra i due paesi, mentre incrociamo i militari armati che controllano il check point, sono i pensieri che cerco di esprimere nel miglior inglese possibile all’intervistatore che mi fa alcune domande prima delle partite. Cominciamo il riscaldamento: il sole brilla sopra di noi, il cielo è azzurro senza nuvole. All’improvviso sentiamo un coro di voci e i primi maratoneti appaiono dalla strada: sta arrivando la maratona, è ora di inziare. Centinaia di persone circondano il campo e scattano foto, ci sentiamo un po’ imbarazzate e molto onorate dell’attenzione che ci viene rivolta, sorridiamo e ci guardiamo negli occhi. Arrivano le squadre avversarie: le israeliane sono ragazze giovani come noi, con il nostro stesso imbarazzo e i nostri sorrisi. Subito ci avviciniamo e ci salutiamo in inglese. Le palestinesi, invece, sono la vera sorpresa della giornata: sono donne adulte, bassine e non esattamente atletiche, che ci vengono incontro con i volti più sorridenti e disponibili che abbia mai visto in una squadra avversaria, ci spiegano in inglese che le ragazze non hanno avuto il permesso di venire e che quindi si sono offerte loro, le mamme. Subito si crea un clima di gioco e di complicità:dopo le foto di rito, tutte mescolate e abbracciate, si inizia a giocare. E’ un vero e proprio gioco:non facciamo altro che ridere e scherzare, aiutiamo in tutti i modi le nostre avversarie che probabilmente non avevano mai visto un pallone da pallavolo prima e che prendono tutto con estrema allegria.
E’ bellissimo,la gente esulta per entrambe le squadre, i bambini israeliani a bordo campo ci chiedono i nostri nomi e poi fanno il tifo per noi in coro.
E’ impossibile non sorridere. Per l’ultima partita si michiano le squadre: la palla ora passa dalle nostre mani alle mani israeliane e alle mani palestinesi; la palla è uguale per turrt,il gioco ci rende amiche: è la pace.
Alla fine c’è invasione di campo: i sacerdoti vogliono giocare con noi, abbiamo contagiato tutti; vediamo i bambini e i ragazzi israeliani a bordo campo con gli occhi che brillano, ma senza il coraggio di entrare in campo;ognuna di noi prende per mano un bimbo e lo coinvolgiamo nel gioco: è la pace.
Tutti quanti insieme siamo costretti poi a lasciare il check point e unirci alla maratona
Verso Gerusalemme. Sono otto chilometri che ci separano dalla città, e li percorriamo tra la fatica della corsa, le risate dei bambini che corrono con noi, i raggi del sole che ci abbronzano. A Gerusalemme ci sono le premiazioni.
Tutti ci sediamo su una scalinata e ascoltiamo gli organizzatori che ringraziano e annunciano i premi. Il tempo ora corre come un matto,prima che possiamo rendercene conto tutto è finito
E si è fatta ora di pranzo. Nel pomeriggio lasciamo il nostro hotel e partiamo per Gerico.
E’ la seconda parte del nostro pellegrinaggio, che ci porterò dove Gesù ha vissuto e ha parlato ai suoi discepoli.
Lunedì 26 Aprile, eccoci a Nazareth.
Il paesaggio qui è molto diverso rispetto a Betlemme e Gerusalemme, c’è molto deserto e la città sembra proiettata nel presente direttamente dai tempi di Gesù. Ripercorriamo la tappa dell’annunciazione dell’angelo a Maria con la visita alla basilica dell’annunciazione,la grotta dell’annuncio e la casa di San Giuseppe. La basilica è stupenda, e rimaniamo tutte affascinate dagli splendidi dipinti provenienti da tutto il mondo che rappresentano Maria e si susseguono lungo le mura della chiesa. Partiamo ancora e raggiungiamo il lago di Tiberiade. Qui una barca ci porta al centro nel centro del lago,dove celebriamo la messa in ricordo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Terza tappa è il monte delle beatitudini e ci raduniamo poi nel giardino dove gli apostoli si radunarono a loro volta dopo la morte del Maestro. Qui don Savino fa un momento di riflessione e preghiera. L’atmosfera è la stessa che regnava nell’orto degli ulivi: i miei compagni di viaggio assorti in preghiera, la natura che ci avvolge, il venticello che arriva dal lago.
Martedì 27 Aprile.
E’ l’ultima giornata. Abbiamo una mattinata dedicata alle ultime visite e poi prenderemo l’aereo per tornare a Roma. La destinazione di oggi,come ci spiega Andrea. è il monte del Carmelo,dove visiteremo il santuario Stella Maris. “Stella Maris” è il nome con cui è indicata Maria, è il significato del suo nome. Il santuario è quindi dedicato a lei. I minuti passano velocissimi in quest’ultima giornata e troppo presto è il momento di andare.Riprendiamo il pulman e ci fermiamo per pranzare. Indescrivibile è stata la nostra sorpresa quando, scese dal pulman,davanti ai nostri occhi si è presentata un’infinita distesa azzurra: era il mar mediterraneo,eravamo a Cesarea Marittima. Sembriamo tornare bambine : prendiamo i nostri sacchetti del pranzo e a piedi scalzi corriamo per raggiungere l’acqua. E’ stupendo : il mare è azzurro come il cielo,pulito,limpido. Ci prendiamo per mano e saltiamo, corriamo, ci scattiamo un sacco di foto,riuscendo addirittura a dimenticare la fame. Purtroppo il tempo continua a correre impazzito e troppo presto lasciamo quel luogo stupendo e partiamo per l’aereoporto di Tel Aviv.
Un’esperienza indimenticabile. Ogni dettaglio vissuto in questi giorni rimarrà impresso dentro di me. Prima di tutto l’emozione di aver camminato dove Gesù camminò duemila anni prima di me,di aver visto le tracce della Sua esistenza concreta. Poi le riflessioni maturate nei vari momenti di preghiera,pensieri che non avevano mai trovato il tempo di affiorare alla mente nella vita frenetica di sempre. Poi le persone conosciute nei viaggi in pulman, durante le ore di coda per l’ingresso alle grotte,durante i pranzi e le cene; i discorsi pronunciati dai presidenti e dai sindaci delle città di Gerusalemme e Betlemme; le città visitate così diverse dalle nostre; le persone incontrate; i sorrisi dei bambini israeliani e la loro voglia di far amicizia; il cibo pieno di pepe e spezie; i canti intonati da gruppi di fedeli alle tre di notte; il cammello su cui una mia compagna è salita; la brevissima visita al muro del pianto.
Tutto questo e ogni altro attimo vissuto in questi cinque giorni è incancellabile,come spero rimanga incancellabile l’atmosfera vibrante di pace che abbiamo respirato ogni giorno di più.

 
di Silvia Lucchetta
domenica 13 giugno 2010