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Campi Estate 2017
Mercoledì 14 giugno si apre l'estate nella Casa Cimacesta di Auronzo con il primo campo che vede la presenza di 58 ragazzi di quarta e quinta elementare. Provenienti da 17 parrocchie, conosceranno da vicino le vicende di Davide, cantautore di Dio. Saranno guidati dal capocampo Daniele e dall'assistente don Adriano, con Lorenzo come cuoco e Stefano capocasa. Mercoledì 21 giugno è partito il secondo campo dell'estate che vede la presenza di 81 ragazzi di prima e seconda media, provenienti da 25 parrocchie. Sono guidati dalla capocampo Silvia, dall'assistente don Angelo, con Lisetta cuoca e Nicolò capocasa. Mercoledì 28 giugno 85 bambini di quarta e quinta elementare riempiranno Casa Cimacesta per il loro camposcuola. Provenienti da 16 parrocchie avranno Stella come capocampo, don Federico assistente, Annarita cuoca e Valerio capocasa.

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NEWS ACI


Antologia di emozioni,
tre giorni con lo Spirito.


Esercizi Spirituali Giovani-Adulti 11-13 dicembre

 
“Perché credi?”
Tante volte nella nostra vita abbiamo già sentito questa domanda e penso sia ovvio che un cristiano si chieda il perché della propria fede. Quel che ovvio non è invece è che un giorno una quindicenne del gruppo che animo scelga proprio me per cercare una risposta.
“Tu che studi ingegneria, perché credi?”
Una lezione di catechismo in piedi sulla scalinata che porta in oratorio non l’avevo mai fatta: lei catechista, io allievo.
Corro subito con la mente al di là della sua richiesta e non bado tanto alla domanda finale quanto a quella premessa così chiara e giustificata che rivista dice più o meno così: tu che conosci e usi quelle formule esatte che ti possono spiegare un sacco di cose perché ti perdi via con speranze, preghiere, rinunce?
Ho sempre preferito la chitarra all’organo, il prato di montagna alla basilica, ed anche questa volta la mia convinzione ha trovato riscontri. Uno va agli esercizi spirituali e si attende che il meglio esca da importanti sermoni e grandi silenzi: certo ci sono stati anche quelli, ma tutto è partito sabato mattina quando, prima di colazione, nel disimpegno della casa, racconto a chi mi stava a sentire la domanda che la mia animata mi ha rivolto mesi addietro. Sono sorpreso da questa cosa, non c’avevo forse più pensato da quella sera, e mi accorgo di quel che ho detto solo quando don Pierino, cambiando espressione, si stupisce per la brillantezza della domanda.
Meravigliato da ciò mi rendo conto che in fondo non saprei ben dire perché sono salito lassù. Certo sono stato invitato a farlo, ma non credo sia una risposta esaustiva. Per cause mie personali non ho quella completa serenità che invece l’appuntamento richiederebbe per essere vissuto appieno. Insomma avrei dei buoni motivi per essere rimasto con la mia famiglia e invece sto facendo queste riflessioni da solo nella splendida cappella della casa.
Ripenso alla sera prima quando alla scuola di preghiera ho visto centinaia di giovani conquistare la chiesa del seminario, gustare il silenzio ed esplodere nel canto. Mi piace immaginare che tutti noi abbiamo passato la notte come all’aperto, convinti che dormire sotto lo stelle non voglia dire prendere freddo ma liberarsi dai vincoli quotidiani così da non avere niente fra noi e questo Dio che tanto abbiamo pregato. Quanti ne sentiamo dirsi cristiani ma non praticanti? Ci piace la religione, apprezziamo alcuni precetti che la fede cattolica ci da ma ne tralasciamo altri, magari i più difficili da seguire. Ecco che inizio ad abbozzare una motivazione vera della mia presenza a questi esercizi: la volontà di riscoprire la gioia di una fede totale e non part-time.
Ricordo che quand’ero più piccolo vedevo la ‘messa granda’ della domenica mattina come passaggio obbligato per conquistarmi la coscia di pollo arrosto a pranzo in famiglia. Qui le parti sono invertite ed ecco che è il pasto a scorrere via dalla mia memoria, quasi chiuso da una parte e dall’altra dai ricordi dei tempi passati in silenziosa riflessione. Facendo rabbrividire i puristi della preghiera, devo attribuire il giusto merito nuovamente ad un momento informale quando nel dopopranzo mi ritrovo, non da solo questa volta, in cappella: due anime, due voci, una chitarra ed una croce sono lì, a fondersi insieme in questa gioia sia dei sentimenti umani che della preghiera.
L’altalena delle emozioni non si ferma qui ed è presto il tempo del pentimento della confessione. Se era il candore delle mura della cappella a fare da cornice ai miei pensieri del mattino, ora mi ritrovo, quasi senza volerlo, seduto scomodamente sul muro del castello con davanti a me l’infinita distesa di terra che si vede da lassù, metafora, nei miei pensieri, dell’infinità di Dio. Per ogni volta che ho dubitato di Te, per tutto il bene che non ho fatto, per tutte le volte che non ti ho ascoltato, per quando ti ho nascosto quasi mi vergognassi di Te e per tutte le persone che non ho reso felici: scusami Dio.
Non l’avete capito? Eppure è chiaro in queste righe un altro buon motivo per esserci stato, ovvero la gioia che dona una riconciliazione completa che ristora l’animo e il corpo donandomi la forza per sobbalzare sulla sedia quando sento il pessimismo e la rassegnazione nelle persone che incontro ogni giorno. Don Pierino aveva detto bene, noi giovani di AC siamo “l’anello fra strada e altare”; ma lo siamo veramente se ogni giorno lo viviamo nella pienezza di questo spirito raccontandolo con la vita e senza nascondersi nel dire ‘Cosa posso fare io da solo?’. Si narra di quella volta che la cinciallegra chiese alla colomba quanto pesasse un fiocco di neve, e questa a rispondere ‘Niente!’. La cinciallegra testarda si mise a contare i fiocchi di neve che si poggiavano sopra una foglia finché, sotto il peso di questi, non si staccò. A me piace immaginare questa cinciallegra che, fiocco dopo fiocco, esulta, urla, straripa di contentezza nel vedere che la foglia si piega man mano che lei acclama sempre più forte il numero dei fiocchi già caduti.
E’ con questa carica che nel silenzio della casa ormai prossima a dormire ritorno in cappella. Per i sogni che con me hai voluto costruire, per le paure e le fatiche che mi hai fatto superare, per la mia famiglia, per ogni vita che ho incrociato e per la mia di vita: ti ringrazio Dio.
Adesso è davvero Domenica.
Al risveglio c’è nell’aria questo strano senso di fine anche se manca ancora l’appuntamento con l’Eucarestia. Sto sfogliando i ricordi della mia mente per cercare una sintesi di questi giorni quando interviene don Pierino che nell’omelia dice “canta e cammina”. La mia formazione è troppo umile per cogliere la citazione da Sant’Agostino e molto più velocemente penso al testo di una canzone che ogni tanto provo a suonare (con scarso successo fra l’altro). Quando uno canta è felice e trasmette questa sua contentezza. Immaginiamo di farlo mentre camminiamo nella vita di tutti i giorni. Terzo buon motivo per aver preso parte a questi esercizi spirituali: aver imparato la canzone da cantare.
La messa finisce ma i colpi di scena no.
Mentre tutti si spostano dalla cappella verso il refettorio per pranzare prima di salutarsi, il mio sguardo ne incrocia un altro e i due labiali dicono le stesse parole ‘Mi tieni un posto al tavolo, io mi fermo un attimo qua.’ Un sorriso. Non un sorriso qualunque. Un sorriso che significa: non c’importa del pranzo, restiamo ancora un attimo qua, si sta così bene!
Sono seduto, la cappella non è la stessa di sabato, siamo in due stavolta e siamo pieni colmi di felicità. Noi abbiamo deciso di lasciare il fondovalle, abbiamo camminato e, zaino in spalla, abbiamo faticato, ma ora ci stiamo godendo il Panorama.
Sincera messaggera di gioia, una lacrima mi riga la guancia.

 
di Simone Dorigo
14 dicembre 2009